Adista n. 17 "La riffa dei diritti" di Marina Boscaino

Adista n. 17 La riffa dei diritti di Marina Boscaino

L’art. 36 della Costituzione recita: «ll lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa». Ha fatto molto discutere la notizia che, nel liceo Rosmini di Grosseto, per decidere quali tra i supplenti percepiranno lo stipendio si è dovuto ricorrere al sorteggio. La sorte, la fortuna, il caso: non siamo in una novella di Boccaccio, ma nel 2013, nel Paese già tra i 7 più potenti del mondo. Quello in cui oggi la gente si uccide per mancanza di sostentamento. Quello, persino peggio, in cui incalcolabili saranno i costi delle conseguenze della crisi, in termini di autostima, di fiducia nelle istituzioni, di motivazioni psicologiche per affrontare il domani. Per rimettersi in moto c’è bisogno di fiducia e di grande spinta emotiva. Pensate ai precari. Dimensione non solo professionale, ma esistenziale. Vivere da precario, finora, ha significato sostanzialmente non poter contare sulla continuità e stabilità del lavoro, con quanto ne consegue in termini economici e psicologici, nonché di impostazione e scelte di vita. Oggi arriva a significare avere un lavoro instabile, discontinuo; e, in aggiunta, non poter contare nemmeno sulla garanzia del pagamento di quel lavoro, seppure instabile e discontinuo. Il lavoro come merce e non come diritto (l’Italia non è più una «Repubblica fondata sul lavoro») conduce alla intollerabile soppressione delle configurazioni finora inalienabili che lo connotavano, persino nella precarietà. La situazione del Rosmini di Grosseto – possiamo esserne certi, qualsiasi ne siano le cause, vuoi mancanza di fondi da parte del Miur, vuoi una nuova procedura (evidentemente inefficace) di erogazione dei fondi – indicherà la strada ai tanti istituti che oggi sono in difficoltà per operare in regime di bricolage amministrativo. Con conseguenze gravi non solo in termini di diritto al lavoro, ma anche di diritto allo studio e all’apprendimento: l’impossibilità di reclutare supplenti, se non sottoponendoli al rischio di un pagamento incerto, configura anche quella di garantire, in caso di assenza del titolare, sostegno didattico agli studenti. Al Rosmini la riffa per lo stipendio, la fila con l’estrazione a sorte della lettera dell’alfabeto che darà diritto al pagamento immediato (il costo delle supplenze sarebbe stato di 12mila euro, il Miur ne ha mandati 5mila) è certamente stata un’uscita provocatoria, eclatante per attirare l’attenzione su un caso che esiste. Sul destino di un elevato numero di precari, “creati” nel corso degli anni dallo Stato e che lo Stato ora non può più permettersi di sostenere, abbandonandoli ad una condizione di solitudine sociale e di umiliazione costante priva di prospettive. Ciò che ha permesso al sistema di crescere a dismisura, anche sulle spalle di chi non ha mai visto la propria stabilizzazione e ha tuttavia prestato energie e competenze per far andare avanti la scuola italiana, affonda in anni e anni di gestione allegra delle risorse umane in un Paese che ha continuato a coinvolgere lavoratori, senza preoccuparsi di quali potessero essere le loro prospettive occupazionali. La scuola, da sempre accusata di passatismo, prefigura un’avanguardia: un nuovo, moderno (sic!) modello di rapporto di lavoro, che risulterà certamente graditissimo ai teorici della flessibilità

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