Adista n. 25 "Ultima tappa" di Marina Boscaino

Adista n. 25 Ultima tappa di Marina Boscaino

Scrivere in giorni come questi è difficile. È caldo, caldissimo. L’edilizia scolastica italiana mostra tutta la propria fragilità ed inadeguatezza ogni anno, quando – in un evidente accordo tra Miur e anticiclone delle Azzorre – si celebrano gli esami in una canicola sfiancante.

Le polemiche appaiono sempre un po’ di maniera: quest’anno ha tenuto banco “Magris sì-Magris no” per quanto riguarda la prova di analisi del testo letterario, come se quella tipologia prevedesse la conoscenza perfetta dell’autore del brano e non delle competenze di comprensione e di analisi del testo. Come se la scuola dovesse erogare nozioni e non capacità di comprendere un testo; di affinare la consapevolezza letteraria, delle strutture che al fare letteratura presiedono; di fare collegamenti tra uno o più autori di un determinato periodo o di periodi diversi. Come se la scuola dovesse licenziare non lettori consapevoli (il cui atto di lettura sia applicabile a tempi, autori, circostanze, tipologie testuali differenti), ma pedissequi conoscitori di tutti gli autori, in un’equivoca interpretazione della cultura e delle capacità di comprensione ed interpretazione dei testi. Eppure sono passati molti anni da quando l’Esame di Stato è stato riformato. E seppure ci sono stati errori che il Miur ha fatto nel proporre le prove, le intenzioni di quella riforma sono state inequivocabili.

Non so se chi non fa il nostro lavoro sia davvero in grado di comprendere sensazioni ed emozioni legate a questo momento di conclusione del percorso scolastico. I giorni delle prove scritte (i giorni che stiamo vivendo mentre scrivo) sono i più massacranti ed anche quelli più disorientanti. Quest’anno, in particolare, si è passati direttamente dalle lezioni all’esame, perché non c’è stato quasi intervallo tra i due momenti. Ti ritrovi davanti gli studenti, schierati in aule e in postazioni diverse da quelle abituali. Non si sa perché, ma nella canicola asfissiante cui siamo ignobilmente sottoposti, prevale il bianco: delle magliette o delle camicette delle ragazze, dei fogli, dei visi che per lo più ancora non sono stati esposti al sole. Li scruti durante l’elaborazione degli scritti e ti accorgi che espressioni, impegno, disorientamento, concentrazione ora sono differenti. Stessi ragazzi, che ora guardi con occhi diversi.

Ora siamo “dentro”, ma siamo anche “oltre”. Vorresti che fosse un momento importante, a prescindere dalle ammissioni all’università talvolta già acquisite, dalle scelte già compiute, dal passato nella sua estrema disomogeneità, nella sua problematicità. Guardi con sollecitudine ancora maggiore quelli che senti più “tuoi”. Leggi le loro prove d’esame nell’attesa di trovarvi un segnale di quello che non vi siete mai detti, ma che era implicito. Quasi mai rimani delusa. Sarebbe ridicolo negarlo: in ogni classe ce n’è qualcuno che ti ha dato e a cui hai dato di più. Non in termini di lezioni, equanimità di valutazione, rigore professionale, cura: ma di sguardi, intesa, condivisione. A prescindere dal rendimento scolastico, sono quelli che ti hanno fatto e ti fanno sentire utile. Sai che a loro hai porto, come a tutti, il libro che avrebbe dovuto aiutarli a capire. Un libro dove non c’è scritta solo letteratura. Loro più di tutti hanno accolto quella proposta e l’hanno messa nel proprio bagaglio per camminare fuori da qui, fuori dalla scuola.

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