Ambasciata d'Italia a Sofia, "La Giara" 2000

Ben lungi dall'illusione dei 25 lettori di manzoniana memoria, dopo Vesselin, ho tirato fuori dal cassetto un altro scartafaccio.Invecchiando ê difficile resistere alla tentazione di mettersi alla ricerca del tempo perduto.

Ambasciata, prima parte

Vorrebbe, S.M., visto che ci ho la penna in mano, un tratto, una pennellata sui dipendenti dell’Ambasciata d’Italia a Sofia.Deve essere più preciso. Di queste cose io non mi intendo. E, poi, si tratta di cose delicate, delicatissime, in cui a mettere, non dico il naso, ma una parola, una virgola fuori posto, si rischia grosso e di brutto.Se vuole che le parli dell’andamento dei vari uffici, visti, consolare, stampa e traduzione, contabilità, militare, culturale, non sono la persona giusta per farlo. D’accordo, io sono un insegnante di storia e la storia, scrive il massimo scrittore italiano, ad indovinare c’è abituata, ma io non ci sono abituato.Dei vari uffici non so assolutamente nulla: se lavorino, come lavorino.Non parlerò, quindi, degli uffici, tranne uno, quello della contabilità, dove c’era a capo, fino a qualche tempo fa, un cancelliere dal nome Scacciato: Nomen omen.

Un giorno, uno dei tanti, al sesto mese della mia permanenza in Bulgaria, dopo che già altre volte, terminate le lezioni a Gorna Banja, ero andato da lui per chiedergli se finalmente fosse arrivata la mia indennità di sede o se almeno mi potesse concedere un anticipo su quanto mi spettava o quanto meno un’ elemosina per sostenere le spese di soggiorno all’estero, dove ero venuto per libera scelta, ma sorretto da un decreto del Signor Ministro degli Affari Esteri della Repubblica italiana; quel giorno, dopo che serafico e impassibile, come sempre, mi aveva risposto che non era arrivata una lira per me, che anticipi l’Ambasciata non poteva concedere, che elemosina, lui, non faceva, perché assolutamente ateo e quindi per questione di coscienza, quello stesso giorno, al cancelliere ho chiesto se il suo cognome era da intendersi come una perifrastica attiva o passiva. Gli ho rivolto siffatta domanda, perché sapevo che a scuola aveva studiato il latino, essendo diplomato maestro elementare, benché di mestiere, ora, facesse il contabile. Se fosse stato un ragioniere, una domanda così non gliela avrei fatta; ma visto che ragioniere non era, ma un mancato maestro, improvvisato contabile, quella domanda gliel’ho fatta.Non l’avessi mai fatta! Mi ha risposto che non lo sapeva e che a lui di tutta questa storia non gliene importava nulla. L’affare non lo riguardava né punto né poco. L’ho pregato di precisare di che cosa non gli importava. Della perifrastica attiva o della perifrastica passiva? O del fatto che io, come gli altri due colleghi insegnanti, dovevano vivere senza stipendio in un paese straniero in cui eravamo stati inviati per decreto del signor Ministro?Di fronte alla richiesta di precisazioni, è diventato furioso ed ha prorotto in escandescenze ingiuriose che non oso riferirle. A lui non gliene fregava di niente e di nessuno.Ho capito allora che il suo cognome era da intendersi come perifrastica passiva. E meno male che così è stato. Uno così, a capo dell’ufficio contabilità, per noi insegnanti era una disgrazia.Sei mesi a tue spese all’estero e, per di più, il capo dell’ufficio che dovrebbe pagarti su tutte le furie, perché gli chiedi qualche spiegazione: era troppo.In quell’occasione mi parve e continua a parermi che quell’impiegato non rappresentasse in modo eccelso l’Italia all’estero.Sa, S.M., è questa la mia prima esperienza di insegnamento fuori dai confini nazionali ed ero convinto, prima di venire qui, che il Ministero degli Affari Esteri mandasse in paesi stranieri persone alte, belle, gentili, intelligenti colte, per dare dell’Italia una bella immagine. Ero convinto che questa fosse la regola generale, salvo qualche eccezione. Ed io mettevo me stesso nell’eccezione che conferma la regola. Ingenuamente credevo che quelli d’una ambasciata italiana fossero come i personaggi che appaiono negli spot pubblicitari televisivi, che fanno apparire l’Italia come un paese da favola, la bengodi che attira migliaia di clandestini sulle sue coste.Mi sbagliavo. Meno male che ci ha pensato il nostro cancelliere a correggermi. Ho aperto gli occhi, e da allora ho cominciato a vedere le cose come sono.Ab uno disces omnes.A parte l’ignoranza evidente nel non sapere distinguere una perifrastica passiva da una attiva, a parte quei modi niente affatto diplomatici, a parte queste e molte altre cose ancora, mi sono dovuto arrendere all’evidenza che pochissimi sono quelli alti, belli, gentili e colti in un' ambasciata. Di tutti questi aggettivi, bisogna prendere il contrario per trovare la regola, che, come qualunque regola, ha le sue eccezioni.

  • A parte costui, che mi dici degli altri dipendenti?
  • Ma perché deve rivolgersi proprio a me?Non sa la S.V. che le indennità degli insegnanti all’estero sono le più basse tra tutte, più basse di quelle degli autisti, commessi, appuntati?Lei lo sa e proprio per questo vuole sapere come si comportano nei confronti degli insegnanti, come ci trattano!?Ci trattano secondo l’indennità che percepiamo. E’ la scelta di un criterio meno arbitrario ed ingiusto di quanto possa sembrare a prima vista. Qualche professore, in Italia può illudersi di contare qualcosa, se vive in un piccolo centro della Calabria o della Sicilia o della Sardegna, ma qui dove i confronti sono chiari non c’è spazio per darsi arie. Ognuno viene dunque trattato secondo l’indennità percepita. E commessi, appuntati, autisti, coadiutori, cancellieri, segretari in alto, professori sotto. E’ giunta l’ora della verità. Libertà di Verga mi attraversa la mente. No, S.M., fino a questo punto no. Sto esagerando e so di esagerare.In fondo, è brava gente, quella dell’ambasciata, gli italiani, tutta brava gente.

Che il segretario d’ambasciata, quando mi incrocia per i corridoi dell’ambasciata si giri dall’altra parte, sono disposto ad accettarlo. I ruoli sono ruoli, soprattutto quelli della carriera diplomatica. Un po’ come quelli della carriera militare, anzi meglio. Se ripenso al tempo del servizio militare non posso dire di star così male. Bastava che ti capitasse un caporale di giornata a cui in quella giornata gli girava storto perché la tua giornata fosse rovinata. Per consolarmi, a qualcuna di quelle giornate io ripenso e mi sollevo. Sarei sorpreso se, incrociandomi, il segretario mi dicesse buongiorno o buona sera. Mi pare protocollare che mi ignori. E meno male. Altrimenti dovrei scattare sull’attenti.Il cerimoniale, come la disciplina militare ha le sue regole ed io ammiro, soddisfatto, il modo in cui il segretario le rispetta.In un primo tempo, all’inizio, mi era parso esagerato che anche gli appuntati, i commessi, gli autisti si attenessero alle stesse regole. Poi ho riflettuto. In caserma il principio gerarchico discende dal grado, qui dall’indennità di sede. Capito questo, si è capito molto. Quello che all’inizio ti appariva bizzarro e strano finisce per risultarti normale e giusto.Queste cose, però, dovreste dircele nella giornata di formazione che fate a noi insegnanti al Ministero degli Affari, naturalmente, Esteri. A non saperle si rischia di incorrere in gravi, madornali errori.Oltre al principio della gerarchia, i dipendenti di principio ne hanno un altro: lugentes cum lugentibus o flentes cum flentibus, che è la stessa cosa. Quindi bulgari, più bulgari dei bulgari. Questo secondo principio è attinto da una di quelle lettere che io, S.M. Le ho suggerito di leggere.

  • I dipendenti non hanno rispetto per la cultura a Sofia, dunque?
  • Non Le sto dicendo nulla di nuovo. E’ questo il denominatore comune di tutta la civiltà moderno-contemporanea.Nella civiltà greco-romana c’erano tanti dèi, presso il Cristianesimo c’era la Trinità divina, ora si è fatto un ulteriore passo avanti, e di Dio ce n’è uno solo, assoluto, imperioso: il denaro.Non è vero, S.M., che un po’ di teologia non serve. Se non conosci il nome del Dio che governa il cielo non puoi sapere chi governa la terra.Si ricorda, S.M., con quanta ansia e tensione il popolo eletto chiedeva di conoscere il nome di Dio? E come ne fu appagato quando ne ebbe la rivelazione? “Yaveh: colui che è”.Il popolo moderno-contemporaneo ha avuto un’altra rivelazione, non sul monte Sinai, ma in Piazza Affari, “denaro: colui che ha”.Non voglio parlare, però, di cose complicate. Torniamo ai nostri, anzi ai dipendenti del M.A.E.Ce n’è uno di impiegati, mi dicono, incaricato annuale che, di anno in anno, è arrivato al suo ventitreesimo incarico di traduttore. Quest’uno, dell’ambasciata si crede il perno, il cardine, l’ispiratore. Almeno, così ho sentito dire. Mi perdoni per quel sentito dire, ma qui è tutto un sentito dire, peggio d’una vendita carbonara, ché l’aria che si respira a via Shipka è quella di congiura, anzi di congiure, gli uni contro gli altri armati di pettegolezzi, miserie, meschinerie, asinerie.Il nostro traduttore, dunque, dopo oltre venti anni in Bulgaria ad occuparsi di stampa e traduzioni, è considerato da alcuni come insostituibile ed indispensabile, da altri come deleterio e pernicioso per l’immagine d’Italia.Egli porta un cognome niente affatto brutto, anzi bello, perché è avocatore di santità e ricchezza. Ricchezza e santità messe insieme; e quale aspirazione migliore potrebbe nutrire un uomo sulla terra?La santificazione dell’oro. Non più Dio e mammona. Ma l’oro che diventa santo e la santità che diventa oro. Quale nuova rivelazione!Quale non è stata, però, la mia meraviglia, quando un essere dal nome così meraviglioso, io l’ho sentito individuare ed indicare, naturalmente a bassa voce, dentro e fuori l’ambasciata con un soprannome lontanissimo da quello originario.
  • E quale è questo nome?
  • Non so se è opportuno riferirglielo quel nome. Mi pare di scadere nel pettegolezzo. La S.V. è, comunque, persona riservata e sono sicuro che quanto Le vado dicendo terrà solamente per sé e non l’andrà divulgando ai quattro venti. Sputo il rospo. Lo chiamano “monnezza”.Gli italiani che lavorano all’ambasciata di Sofia sono appena una ventina e si conoscono abbastanza bene tra di loro. Se gli hanno appioppato questo soprannome avranno avuto i loro buoni motivi per farlo. Non spetta a me stabilirlo. Non spetta a me, potrebbe toccare a lei indagare, potrebbe far parte dei suoi compiti istituzionali accertare le ragioni del soprannome.L’oro è diventato santo e la santità è diventata oro, oppure Gesù continua ancor oggi ad avere ragione? Da una parte la santità, Dio, e dall’altra, mammona, l’oro. Indaghi, S.M., e poi mi informi. Si tratta di un problema difficile, per me fonte di profondi turbamenti.Un piccolo cenno, brevissimo, sul collega “sempre di corsa, sempre di corsa”, che oltre ad essere lettore d’italiano all’università di Sofia, presta la sua opera presso l’ufficio dell’addetto culturale che non c’è. Non c’è l’addetto, ma c’è l’ufficio e presso questo ufficio, il collega lettore completa il suo orario di servizio.E’ giovane, meno giovane di quanto sembri, ma pur sempre giovane, giovanissimo d’esperienza e d’aspetto. Credo che abbia superato da poco la quarantina, l’età media in cui comincia a lavorare in Italia chi ha studiato lettere in questi tempi, ma che era considerata diversamente al tempo in cui Alessandro Magno conquistava il mondo.E’ persona affabile, il nostro lettore, ma non è l’affabilità la nota dominante della sua personalità ed esistenza. A volerlo scolpire con una parola, dovremmo dirlo dinamico, “sempre di corsa, sempre di corsa”.Quando l’incontro in ambasciata è sempre in procinto di scappare verso l’università, quando lo vedo all’università è già in cammino verso l’ambasciata. Una corsa la sua vita, qui a Sofia, una corsa frenetica ed incessante tra gente che si muove adagio ed il meno possibile, così bene installata com’è nei caffè a sorbire per ore ed ore cappuccini, birre, coca-cola ed acqua tonica, d’inverno al coperto, d’estate all’aperto.Qualche volta a sentirgli tra le labbra quelle parole così fuori luogo, “sempre di corsa, sempre di corsa” mi verrebbe voglia di fargli osservare di non scambiare Sofia con New York.Un lettore così, sempre di corsa, non so dove trovi il tempo per leggere. Per la verità io non l’ho visto mai leggere, ma neppure correre.Di colazioni, pranzi e cene di lavoro riempie le mie orecchie e le sue giornate, a differenza delle mie così vuote da quando sono qui. A volte l’invidio, poi ci ripenso, ricordando che sono venuto a Sofia per sfuggire agli ingorghi e alla vita frenetica di Roma. Ed a pensarci bene non è da invidiare un lettore che va sempre di corsa, di corsa in corsa tra casa, ambasciata ed università. E’ da compatire piuttosto. Lui si compatisce in continuazione ed io mi associo al suo autocompiangimento. Vuole compatirlo anche Lei, S.M.? No, non lo compatisca anche Lei. Gli infonda piuttosto un po’ di coraggio. Ché lui è pagato quanto gli altri insegnanti ed è in contatto coi dipendenti dell’ambasciata che lo guardano dall’alto delle loro indennità e lo fanno sentire piccolo ed inseguito.A pensarci bene, la persecuzione, l’idea di persecuzione, è l’unica spiegazione possibile e plausibile per le sue corse.Bravo giovine, il nostro lettore, S.M. Gli dia una mano, se la merita, lo promuova addetto culturale da qualche parte del mondo.Poche righe ancora per la coadiutrice dell’ufficio consolare, l’ultrasessantenne Elena.Comincio con un riferimento alla sua età per sottolineare che persona più giovanile ed intraprendente di lei, io nella mia vita non ho incontrato mai. Da quando sta a Sofia ha perfezionato o imparato il pianoforte, il mandolino, la chitarra, il violino. Asserisce di essere in grado di suonare alla perfezione tutti questi strumenti. Io non gliene ho visto suonare nessuno, ma a casa sua li ho visti tutti, come frutto d’acquisto d’occasione a Sofia.Quella degli acquisti da parte degli impiegati dell’ambasciata è un capitolo che non voglio nemmeno cominciare. Questi miei connazionali li frequento poco, abbastanza, però, che se dovessi aprire una parentesi sul numero e generi dei loro acquisti, la S.V. non potrebbe più fare il Ministro. Si trasformerebbe in lettore a tempo pieno dei romanzi dei loro acquisti. Acquistano di tutto e dappertutto.Qualche volta, per sfuggire all’angoscia, che m’opprime in questo paese povero, devastato, triste, sono uscito con qualcuno di loro. Non sono riuscito a scambiare mai più di tre parole e a fare dieci passi. Solo un entrare e uscire da un negozio all’altro alla compera delle merci più svariate. Chi sa perché mi sono sentito invaso dal ricordo del saccheggio cui dovevano abbandonarsi i mercenari che, dopo un lungo assedio, espugnavano una città nemica. Sono tornato a casa più angosciato e depresso di prima, così angosciato e depresso che ho deciso di smettere di uscire con questi connazionali. Rimango angosciato e depresso, ma con quelli dell’ambasciata non voglio più uscire.Il pianoforte, il violino, il bencio, la chitarra, la viola. Ma non è solo musicista la nostra Elena. Da quando sta a Sofia, oltre ad apprendere, naturalmente, il bulgaro, la coadiutrice dell’ufficio consolare si è data al russo, al tedesco, all’inglese e al francese, che già conosceva.Ho detto degli strumenti musicali e delle lingue, ma non posso omettere lo studio del diritto, di tutti i diritti, che lei è obbligata a praticare in ragione del suo lavoro.Ma cos’è che rende così intelligenti e versatili i dipendenti d’ambasciata? Mi sono posto questa domanda, ma non sono riuscito a trovare una risposta convincente. L’aria del luogo? A me l’aria del luogo non fa lo stesso effetto. Saranno i contatti internazionali, allora, così frequenti tra quanti lavorano all'estero.Per l’Elena ci ho dei moti di ammirazione e di stima che me la rendono la persona più simpatica di tutta l’ambasciata. Geniale e simpatica. Tutti gli altri sono solo geniali, lei è anche simpatica, non fosse altro perché è napoletana.Oltre alla genialità, alla passione per gli acquisti e al contegno diplomatico, i miei connazionali dell’ambasciata hanno un’altra caratteristica che li accomuna. L’amore per l’arte. Quella antica, di mezzo e moderna, l’astratta e la figurativa. Per l’arte stravedono, non badano a prezzi, contenuti, forme. Purché ci sia qualcosa di artistico in giro si muovono in massa senza badare a sacrifici, al tempo bello o brutto. Non badano a niente in fatto d’arte.Ci hanno anche un consigliere artistico, il coadiutore dell’ufficio visti, da non confondere con l’altro consigliere, il consigliere d’ambasciata.Per i consigli in genere c’è il consigliere, tout court, per i consigli artistici il coadiutore dell’ufficio visti, il consigliere artistico. Egli, siciliano d’origine, ha girato il mondo, d’ambasciata in ambasciata, e per lui, in fatto d’arte, la Bulgaria è l’ombelico del mondo. Egli, oltre ad essere in grado di riconoscere un oggetto artistico da un oggetto ordinario e comune, conosce gli artisti. Ne conosce tanti per ogni settore d’arte, ma soprattutto pittori. Anch’io sono stato invitato a recarmi presso lo studio di qualche pittore del luogo. Ho sempre declinato l’invito, ma riesco ad immaginare quanto deve essere bello potere ammirare le opere pittoriche in uno studio di pittore!

Di studio in studio, da un pittore si fanno fare un ritratto, da un altro comprano una copia di qualche grande artista del passato.Mercanti d’arte. E’ questa l’espressione giusta per i suoi dipendenti, S.M.I ritratti e le copie. Sono questi i due generi d’arte pittorica preferiti.Il ritratto, anzitutto, per avere un ricordo di sé durante il soggiorno in Bulgaria e per mostrarlo agli amici in Italia e altrove, e i Raffaello, Michelangelo, Guido Reni, Tiziano.Ed oltre l’arte pittorica, le sculture, le ceramiche, le pietre preziose e non. Anche i sassi. Tutto, purché ai loro occhi sia arte, è meritevole d’acquisto. Bisogna farne incetta. E’ tipico dei mercanti d’arte.Dei bulgari non hanno un’alta considerazione, ma della loro arte sono appassionati, visceralmente innamorati, cupidi, avidi. Di fronte alla loro arte sono ciechi.Nel luglio 1999 sono rientrati in Italia, dopo quattro anni di permanenza per servizio, un appuntato e signora. Non Le dico con quante opere d’arte. Gli appuntati rimasti, ma anche commessi, coadiutori e cancellieri, quando ci pensano, quando gli capita questo discorso nelle bocche, si mordono le mani con i denti. Sono finiti i bei tempi. Ormai c’è rimasto poco d’artistico in Bulgaria. S’è portato via tutto o quasi tutto, quello lì, anzi quella lì, la sua signora, che artisticamente parlando era un portento.Pazienza! Li incoraggia, il consigliere artistico. Qualcosa si può ancora trovare e già prodigo di consigli e raccomandazioni, sempre tra le mani qualche libro d’arte, tra un visto e l’altro da distribuire allo sportello. Bella compagnia di cultori d’arte, gli impiegati dell’ambasciata d’Italia a Sofia!A proposito di compagnia, non di cultori d’arte, ma teatrali, c’è un impiegato, che gode fama di regista per avere organizzato in Olanda ed altrove per il mondo spettacoli teatrali.Fidando su tale fama, mi ero imbarcato, così per sfuggire alla noia, nella realizzazione d’una piccola cosa, “La Giara” di Pirandello, da portare sulle scene con attori i ragazzi delle due ultime classi del liceo di Gorna Banja. Una cosa alla buona, come si fa in alcune scuole in Italia. Il pezzo è bello, mi ero detto; è breve, non richiede grande apparato scenico, si può realizzare. Più per divertirci che per divertire avevo assegnato le parti ed avevo invitato il regista dell’ambasciata ad accettare la regia. Egli ha accettato con entusiasmo e si è messo subito all’opera ponendomi la condizione che anche io assistessi alle prove. Non ho avuto nulla in contrario e così abbiamo cominciato le prove.Quale non è stata la mia sorpresa e meraviglia nel vedere all’opera il nostro regista d’ambasciata!Nell’elenco dei numeri telefonici dell’ambasciata e del personale il suo cognome e nome è preceduto da un comm. Ci avevo fatto caso, ma avevo pensato che si trattasse dell’abbreviazione del titolo di commendatore, come ce ne stanno tanti in Italia. Eh no! Qui le cose stavano diversamente. Era come se le regia fosse in mano non ad un commendatore qualsiasi, ma a un Luchino Visconti, che era un principe di sangue. Mi ha chiesto dello scenografo, del direttore delle luci, dei suoni, della dizione e centomila altre diavolerie che mi coglievano completamente impreparato. Io ero il produttore e lui il regista. Con molta, molta pazienza, ad ogni prova, cercavo di fargli intendere che io ero il produttore di un bel niente e che non poteva disporre di tutto ciò che lui chiedeva.Niente da fare, lui era il regista e di tutte quelle cose aveva assoluto bisogno. Senza tutte quelle cose non poteva continuare la sua regia.Ma si tratta di una cosa così alla buona, tanto per divertirci, cercavo di replicare. Niente da fare. Per lui il teatro era una cosa seria, lui ci aveva esperienza ed io non ce ne avevo.Una recita, cominciata per gioco, tra le mani del regista d’ambasciata stava diventando un motivo di preoccupazione, di ansia.Più cercavo di rassicurarlo, più i suoi timori diventavano montagne che vedevo sorgere dal nulla, oltre che devastavano la sua mente, ma rischiavano di contagiare anche la mia.Io di registi non ne ho conosciuti mai o se li ho conosciuti non ci ho avuto mai a che fare. E tutto mi immaginavo d’un regista tranne che potesse essere così.“La Giara” di Pirandello, gli alunni di Gorna Banja l’hanno rappresentata con gran successo in un grande teatro di Sofia in occasione della festa della Repubblica italiana, il 2 giugno 1999, alla presenza di numeroso pubblico e dell’ambasciatore d’Italia che ha molto apprezzato lo spettacolo.Le voglio svelare, S.M., il segreto della realizzazione del pezzo pirandelliano.Mi ero accorto che quel comm. davanti al cognome e nome del regista d’ambasciata non corrispondeva neppure all’abbreviazione di commendatore, ma solo a quella di commesso. A quel punto non gli ho dato più retta, l’ho lasciato cuocere nel suo brodo e lui ha abbandonato la regia. C’eravamo liberati d’un regista e avevamo messo le condizioni per portare sulla scena “La Giara”.Giugno 2000

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