Disorientati di Marina Boscaino

Adista n. 4 Disorientati di Marina Boscaino

La stessa aria che si respira da anni, all’inizio di gennaio. Si ripongono le armi, si abbassano i toni. Qualsiasi sia stato il motivo di resistenza (dai regolamenti Gelmini alle 24 ore di lezione, dalle calunnie che chi ci governa fa piovere su scuola e insegnanti, agli scatti di anzianità), tutto o quasi magicamente si stempera e si acquieta. Non strillate, per piacere. Se non per dire quanto la vostra scuola sia bella, accogliente; inclusiva, se siete nelle periferie problematiche; selettiva, se siete nelle zone-bene; alternativa ma seria, se avete a che fare con i radical-chic: è l’orientamento, bellezza! La vendita sul mercato dell’istruzione di spazi da occupare ai quali corrisponderà crescita di fondi ottenibili, di posti di lavoro, di prestigio sul territorio. Questo alle superiori. L’altra faccia della medaglia sono le medie. È qui che l’orientamento dovrebbe esercitare maggiormente la propria funzione etimologicamente annunciata: volgersi verso oriente, quindi riconoscere dove si è e dove si sta andando. Una funzione strategica, che troppo spesso viene interpretata con automatismi o non sufficiente impegno. Perché per quell’orientamento, determinato dagli insegnanti che per 3 anni si sono occupati dello studente, ai quali spetta il ruolo di indirizzarlo significativamente e autorevolmente in una scelta precoce e impegnativa, si spende poco. In termini economici (la formazione dei docenti per l’orientamento) ed emotivi, quasi quella scelta non fosse carica di conseguenze. Invece lo è, eccome. Nel modo di orientare, parliamone chiaramente, intervengono automaticamente, inconsciamente o no, elementi che spesso non riguardano vocazioni, predilezioni, attitudini, né tanto meno una realistica previsione di maturazione futura. In quell’orientamento si fotografano situazioni, così come sono, in quel momento. E si determinano, spesso frettolosamente, destinazione e destino. Non si può interpretare diversamente la diretta proporzionalità che esiste tra iscritti nei vari segmenti – dal liceo al professionale – e le loro condizioni socio-economiche-culturali di partenza. Analogamente non si capirebbe per quale motivo la stragrande maggioranza della popolazione migrante o con diversabilità frequenta l’istruzione professionale, in una curiosa (ma non troppo) coincidenza che contempera “diversità” effettive di carattere estremamente eterogeneo: refugium peccatorum, qualsiasi sia il “peccato” di nascita. Chi orienta dovrebbe aver ben presente che in quell’atto si gioca una parte significativa del destino degli individui che sono i nostri studenti. Non solo in termini immediatamente concreti, ma anche di autostima, di considerazione di sé, di fiducia o no di potercela fare, di investimento sul proprio futuro. In poche parole, con una nota criptica basata su una formula standard («può affrontare qualsiasi tipo di studio»), si dimentica spesso di ricordare che la vita di chi abbiamo davanti è unica; e che l’art. 3 della Costituzione indica tra i compiti prioritari della Repubblica «rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese».

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