Il dolore dell'artista e la bellezza

"Soltanto chi ha il cuore aperto alle sofferenze del mondo può esprimere la bellezza": questo assunto di Ernesto Treccani genera una importante riflessione, perchè, come abbiamo avuto modo di scrivere recentemente, l'artista non può fermarsi all’analisi della realtà fenomenica come atomo opaco del male, regno della sofferenza, anche se l'esperienza umana è sempre drammatica, tesa com’è tra la libertà e la singolarità. Quando la storia si fa guerra, terrore, morte, sopraffazione, ingiustizia, quando le ragioni della non-ragione hanno la meglio, la drammaticità del vissuto è ancora più evidenteIl principio disperazione non devo però prevalere nell’ermeneutica del divenire storico, perché -sono parole di Luis Cabrera de Cordoba- “colui che prende in considerazione attentamente la storia dei tempi antichi e ne conserva l’insegnamento, è illuminato sulle cose future, dal momento che esiste un unico genere umano”.Il genere umano vive una sorta di ascesa, che l'artista coglie, sovente, anche come attimo della sofferenza, momento del dolore con una eco profonda del salmista:che cosa è l’uomo perché te ne ricordie il figlio dell’uomo perché te ne curi?Eppure l’hai fatto poco meno degli angeli,di gloria e di onore lo hai coronato:gli hai dato potere sulle opere delle tue mani,tutto hai posto sotto i suoi piedi;(Salmo 8, 5-7).C’è sempre qualcosa di profondo, quasi di metafisico nel dolore, perché esso, che sembra essere legato solo a livello del fenomeno che rientra nella quotidianità, porta invece nel suo intimo richiamo a verità fondamentali, spesso inosservate nel tempo della buona fortuna; mette a nudo le radici profonde di certe dimensioni esistenziali che altrimenti andrebbero disperse nell’euforia vitale, poco invitante alla meditazione.Che dire dunque di fronte al dolore? Come atteggiarsi? Che fare?L’artista risponde a questi interrogativi, con un guardarsi indietro nella storia dove da sempre attorno alla disgrazia s’addensa uno stuolo di voci, un nugolo di parole, considerazioni, consigli, esclamazioni, stupori, andirivieni.Ed ecco allora che interviene l’arte secondo una nota tesi del già citato Anders: “Tutto ciò che è venturo è già qui, presso di noi, poiché dipende da noi”.E la bellezza? Alla fine del Settecento Johann Winckelmann affermò che la bellezza è un principio perenne e non mutevole dell’arte. Oggi questo principio è difficile da sostenere tanto che il grande Jannis Kounellis ritiene, e non si può non essere d’accordo, che “la bellezza è una cosa che capita ed indica brevi momenti”, con la profonda eco dureriana del “che cosa sia la bellezza non so”. Di una cosa però siamo certi: la bellezza, seppure estranea ad ogni definizione, è, per dirla con Giulio Paolini, parente stretta dell’infinito, della vertigine.Come dialettica tra forma e contenuto, l’opera d’arte ospita la bellezza, perché è il risultato di una mediazione tra intento creativo e determinazione ideologica: la bellezza è dunque l’indicibile della creazione artistica.In un certo qual senso la bellezza è sempre sofferente e la sofferenza è sempre bella, per quell'essere gemelle siamesi, parenti strette, appunto, dell'infinito e della vertigine.

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