Imparare giocando: uno metodo moderno con risultati duraturi

Oggi ho chiesto di visitare le scuole. Pensavo di entrare, come da noi, in grandi edifici, suddivisi in aule, invece mi hanno portato in una decina di parchi, colmi di bambini e di giovani intenti a giocare. Ogni parco viene denominato “la valle della vita”. La valle della vita numero uno, numero due, ecc.Qui i bambini dai cinque anni in su e i ragazzi fino ai sedici anni, giocano, tutto il giorno, alla presenza di persone adulte disponibili a risolvere qualsiasi problema.Ogni adulto si prende cura ed è responsabile di venti tra bambini o ragazzi. E’ prevista un’interruzione a metà giornata, quando i genitori, finite le tre ore di lavoro al mattino, raggiungono i figli e pranzano con loro, spesso trattenendosi a giocare nel pomeriggio.

“Ma se giocano tutto il giorno quando studiano?” obbietto al mio accompagnatore.Mi sorride.

Tutt’intorno al perimetro del parco una serie di costruzioni a un piano, ognuna adibita a un diverso settore del sapere “Casa della filosofia”, “Casa della geografia” “Casa del corpo umano” “Casa degli animali” “Casa della letteratura”, “Casa delle lingue” “Casa della matematica” “Casa dei cibi” “Casa della storia”, “Casa della pittura”, “Casa dell’architettura” “Casa della musica” “Casa del teatro”, “Casa del cinema”, “Casa dei sogni”.In queste “Case” i ragazzi e i bambini si rifugiano quando piove o quando lo desiderano.

Chiedo avvicinandomi a una ragazzina che si sta sistemando una scarpa: “Do you speak english?” (Parli inglese?) Le chiedo.“I speak five languages” (Parlo cinque lingue) dice graziosamente e sfugge a un gruppo di altre bambine che evidentemente la stanno inseguendo.“Ma com’è possibile?” Chiedo al mio amico kirghiso.“Ha frequentato la Casa delle lingue, dove proiettano in dieci diverse lingue i film che piacciono ai ragazzi di ogni età. Comunque tutti i nostri ragazzi parlano almeno quattro lingue. Le parlano perchè nessuno gliele ha insegnate, proprio come la lingua madre.”Mi accompagna ai margini del parco, spiegandomi che il meccanismo dell’imparare è permanente e più rapido di quello collegato allo studio, che, essendo quasi sempre obbligatorio, non penetra a fondo nella memoria conoscitiva e svanisce rapidamente con il trascorrere del tempo.Lo studio impone l’apprendimento e quindi non nasce da un interesse o da un desiderio, ma da un obbligo.Le nozioni che si apprendono con lo studio sono simili ai fiori recisi che vengono immessi nel vaso della memoria e, pur rinnovandosi, le parole prima o poi appassiscono.Ciò che si impara invece, nasce dal desiderio di sapere ed è simile a un seme messo a terra che poco a poco cresce, fruttifica, vive e si rinnova.

(Silvano Agosti - dalla seconda Lettera)

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