La curiosità dei piccoli di Marina Boscaino

Adista n.42 La curiosità dei piccoli

di Marina Boscaino Ho insegnato per molti, molti anni Italiano e Latino al triennio del liceo classico. Ho avuto le mie belle difficoltà, quest’anno, ad accettare il cambiamento: tra le tante sciagurate conseguenze della “riforma” Gelmini c’è, infatti, la necessità di tappare tutti i buchi di ciascuna cattedra: buco dopo buco tappato, si fa fuori qualche posto di lavoro. D’altra parte l’operazione ragionieristica cui la ministra si dedicò con tanto zelo richiedeva di non lasciare nulla di intentato.Prima, chi insegnava le mie discipline al triennio aveva 16 ore (tre moduli da quattro ore di Italiano in ogni classe e 4 ore di latino in una delle tre classi). Le due ore rimanenti erano destinate alla disposizione: il docente rimaneva in servizio (avendo 18 ore previste dal contratto), al servizio, appunto, della scuola. Da quando, con Moratti, si è smesso di chiamare i supplenti, il docente spendeva integralmente le ore a disposizione andando nelle classi che avessero insegnanti assenti. Quella organizzazione di cattedra aveva una serie di aspetti positivi; innanzitutto a livello di continuità didattica e di specializzazione: sostanzialmente un docente rimaneva in una sezione specifica, lavorando anno dopo anno (e quindi specializzandosi) su due delle discipline all’insegnamento delle quali fosse abilitato.

Oggi mi trovo una situazione di questo tipo: 8 ore in III liceo (4 di italiano e 4 di latino); 4 ore di italiano in II liceo; 3 ore di geostoria, rispettivamente in IV e V ginnasio. Tralascio la questione della geostoria: un mostro privo di fondamenti epistemologici (persino la correzione automatica del computer non riconosce la parola e me la segna errore), creato appositamente per tagliare un’ora dalle precedenti 2 di storia e 2 di geografia; non contenti del taglio e dell’abominio culturale, hanno inserito nelle attuali 3 ore anche l’insegnamento di Cittadinanza e Costituzione: in un’unica mossa ci hanno spiegato con quanto rigore culturale hanno tenuto in conto i tempi distesi dell’apprendimento dei nostri ragazzi; i diritti e la professionalità dei docenti; la centralità della Costituzione. E soprassiedo sulla storia e la geografia in sé, che – ahimé – davanti a tutto il resto, rappresentano il danno minimo.

Quattordicenni, con i quali da moltissimo tempo non mi relazionavo. Una disciplina (per quanto infondata) nuova: questo ciò che mi aspettava. Ma le risorse di un’insegnante caparbia e – soprattutto – di ragazzi di 14 anni sono insospettabili. A distanza di due mesi mi trovo a lavorare, discutere e ridere con loro, curiosissimi e stimolantissimi, di diritti fondamentali (un lavorone, sulla prima parte della Costituzione); del concetto di partecipazione, come garanzia democratica per la collettività e sviluppo dell’individuo; di decreti delegati, in occasione delle recenti elezioni degli organi collegiali; di scuola pubblica e statale, di interesse generale, di laicità, referendum di Bologna e articolo 33. Oltre che, naturalmente, di egizi, fenici e del senso della parola “civiltà”.

Sono una miniera di sollecitazioni e curiosità, i miei “piccolini”. È un’esperienza ricca, interessante, entusiasmante. Sono terrorizzata, però, da un’idea che mi gira per la testa: non sarà che prima o poi mi toccherà persino dire grazie Gelmini?

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