La mia esperienza infernale da maestro

Dopo una anno di patimenti e qualche mese di stacco dall'ambiente scolastico per elaborare e soprattutto riguadagnare fiducia e motivazione, rispetto al mestiere di insegnante (che, vorrei sottolineare, ho sempre cercato di svolgere con il massimo impegno, con passione e anche con un profondo senso "etico" dal punto di vista professionale) vi descrivo ciò che negli ultimi 5 anni ha reso un girone infernale la mia esperienza da maestro. Faccio una premessa breve ma importante, per farvi comprendere meglio la mia impostazione dal punto di vista metodologico-didattico e le mie convinzioni rispetto al ruolo cui sono chiamato: ho trascorso i primi cinque anni della mia carriera dedicandomi all'insegnamento sul sostegno, per me una grande scuola di vita oltre che professionale, perchè il confrontarsi ogni giorno con le difficoltà e anche con la tanto auspicata (ma non sempre effettiva) integrazione fa comprendere per chi ci si deve davvero impegnare quando si è insegnante, curricolare o di sostegno: non certo per chi è già bravo e per chi le doti le possiede di suo, perchè in tal modo tradiremmo il nostro mandato di rendere l'istruzione davvero democratica. Concluso il quinquennio decido di passare sulla classe e di affiancare una collega con cui non avevo mai lavorato, ma con cui c'è sempre stata una certa cordialità. Lo so, andare d'accordo con una collega non vuol dire necessariamente condividere lo stesso punto di vista e per un po' infatti le cose, seppure con approcci diversi, in qualche misura collimavano. Dopo qualche anno però si è cominciata ad evidenziare una enorme disparità nel modo di porsi e di lavorare con gli alunni. Ma questo lo spiegherò oltre. Altra premessa: la mia presenza nella classe in questione era abbastanza limitata (non avevo neppure un'ora di compresenza con la collega) poichè ero costretto dal dirigente (o meglio dalla vicaria, visto che il DS ignora del tutto il funzionamento della scuola primaria) a lavorare su due o tre classi, con un orario esclusivamente frontale; il tutto serviva a favorire le colleghe più anziane, che, per qualche strano privilegio, erano assolutamente intoccabili. Aloro era infatti concesso in virtù di chissà quale misterioso diritto alla prevalenza, di svolgere più di metà del loro orario nella medesima ed unica classe, spesso buttando letteralmente al vento le compresenze destinate teoricamente al lavoro con alunni stranieri o in difficoltà ma di fatto impiegate per correzioni e faccende personali. Insomma, sbattacchiato da una parte all'altra, riuscivo a malapena a svolgere le mie 11 ore di servizio, arrabattandomi fra lezioni di matematica poste per quasi tutti e 5 gli anni di seguito sempre a fine mattinata o nei pomeriggi, in una classe di 25 alunni in cui il clima relazionale diventava sempre più invivibile; mano a mano emergevano fra i bambini episodi di prepotenza, mortificazioni dei compagni più deboli o in difficoltà, una competizione condotta all'estremo, col risultato che chi non raggiungeva un certo voto era messo alla berlina dai compagni. In pratica mi sono accorto, nel mio entrare e uscire da quella classe per passare frettolosamente all'altra, che questo era il risultato di 22 ore di presenza (e compresenza) della collega in classe: era lei stessa che, col suo sottolineare i successi dei più bravi e col criticare apertamente i fallimenti di chi faticava, aveva ingenerato quel clima così ostile e di denigrazione. Aggiungeteci poi dei genitori in totale disaccordo fra di loro, che passavano il tempo a confrontare i successi dei figli e che si esprimevano in questi termini (terribili!): "Se mio figlio è bravo mica può restare indietro per colpa dei compagni che non capiscono nulla, non si può rallentare il programma!Mio figlio ha diritto a coltivare le sue eccellenze!". La collega naturalmente era benvoluta da questi genitori classisti e spietati che ce l'avevano con chi, ahimè, non aveva la fortuna di essere dotato come i loro pargoli e con chi, a fatica, cercava di tirarsi dietro non i cinque unti dal Signore ma un po' tutti. Cioè il sottoscritto, ripreso spesso e volentieri, addirittura attraverso telefonate anonime, da mamme professoresse di scuola media intransigenti e pronte a contestare metodi, modi, contenuti...Il tutto prontamente raccolto e "amorevolmente" accolto dalla collaboratrice del dirigente che mi tirava le orecchie e mi avvertiva che i genitori sobillavano contro il maestro troppo attento agli alunni più in difficoltà e poco solerte nel programma; io ero quello che perdeva tempo a fare esercitare gli alunni alla LIM, a usare i giochi didattici sul computer (vade retro, mi accusavano, la tecnologia è pericolosa e internet è pieno di pericoli e di zozzerie!), a tentare, nel poco tempo a disposizione, di farli lavorare per lo meno in piccolo gruppo per provare a confrontarsi o di farli discutere in un circle time quando gli animi si scaldavano troppo e ci si avventava sul compagno per un nonnulla. Io perdevo tempo,era ovvio, mentre la collega faceva riempire indisturbata quadernoni di regole grammaticali dettate nel silenzio e nel terrore più assoluto, ognuno diligentemente con la testa china sul proprio quaderno, senza un minimo di scambio e di interrelazione, salvo quella, concessa, per canzonare il compagno che aveva toppato. E per forza questi, quando usciva dalla porta ed entravo io, si sfogavano!Sapete bene che è essenziale creare un clima relazionale e di lavoro adeguato e sereno in cui tutti possano sentirsi tranquilli e accettati; quando al contrario i bambini, imitando i genitori (ve lo assicuro, in quanto a spietatezza mamma e papà non erano davvero da meno, soprattutto quale esempio), sono implacabili nel cercare di cogliere in fallo i compagni (e pure il maestro!) per sottolinearne mancanze e cadute e farne oggetto di pubblico ludibrio e mancano totalmente di rispetto verso l'altro (pure il maestro perchè non va avanti col programma, secondo le solite mamme molto zelanti e "so tutto io, pure come si deve insegnare") anche fare una semplicissima lezione di matematica diventava un'impresa e implicava una fatica immane...Io provavo a far capire alla collega che c'era qualcosa che non andava in quel gruppo, che ci si doveva attivare per aiutarli perlomeno a "stare insieme" in maniera più civile, ma ricevevo la risposta che tanto erano così loro, tanto erano così i genitori (la colpa veniva data a quelli degli alunni "asini" naturalmente, non accorgendosi che al contrario erano i genitori dei bambini bravi a lanciare strali, spesso in presenza del figlio, verso i maestri e verso quei compagni che non li lasciavano esprimere il loro potenziale), che la società era marcia...Ma noi non stavamo facendo nulla per cambiarla!Ho stetto i denti, ho portato avanti il mio lavoro con convinzione e non rinunciando mai ai miei principi, fra mille critiche, fuochi di fila, maldicenze e attacchi personali. Mi sono sentito calpestato nella mia dignità, prima di tutto come persona, da gente "ignorante" che pretendeva di darmi indicazioni sul come fare il mio lavoro, il tutto con l'assenso del dirigente e della vicaria, che mai hanno preso le mie difese. Dopo 5 anni ho mollato, perchè non sopportavo più questa disparità di trattamento e questa totale mancanza di condivisione. Chiuso un capitolo, speriamo che il proseguo mi consenta di recuperare quella voglia di fare e quella motivazione che ho sempre avuto ma che, col tempo si è andata affievolendo. Questa è la mia storia e non ho remore a denunciare le storture di una scuola pubblica che, per esigenze di facciata, fa il verso alla scuola privata e cerca di esserne la brutta copia. Vi ringrazio per aver voluto condividere con me questo racconto di vita professionale, attraverso la sua lettura e arrivando fino in fondo ad esso. Con l'augurio che cresca sempre più una generazione di insegnanti volenterosi ma soprattutto consapevoli della loro responsabilità nei confronti dei propri alunni e del loro successo formativo.

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