La scuola e la Costituzione di Marina Boscaino

La scuola della Costituzione, Adista 2/2013 La scuola e la Costituzione

Marina Boscaino

Buon anno a tutti. Che anno sarà per la scuola, è tutto da valutare. Ma la situazione politica, così come si presenta in questi primi giorni del 2013, non lascia presagire molto di buono. Usciamo da un 2012 di lacrime e sangue, che non ha risparmiato il nostro sistema di istruzione, già profondamente tormentato dal precedente triennio di tagli furibondi. I cui risultati si sono sostanziati, peraltro, in un globale indebolimento economico degli insegnanti, che hanno visto ulteriormente ampliato il gap che li separa dai colleghi europei dal punto di vista salariale; le scuole (a gennaio i singoli istituti non sanno ancora di quali risorse potranno disporre per dar vita alle attività previste) non hanno iniziato la contrattazione che destinerà specifiche risorse a specifici progetti e funzioni, accumulando un ritardo inedito persino ai tempi della Gelmini; le competenze degli studenti appaiano diminuite secondo le recenti evidenze europee, anche laddove nel tempo avevamo realizzato risultati soddisfacenti (la scuola primaria). Eppure la scuola continua a non essere tra le priorità delle compagini politiche, che tra pochissime settimane si sfideranno nella competizione elettorale. Ulteriore controtendenza tutta italiana, dal momento che, in novembre, nel suo discorso di investitura, Obama ha pronunciato ben 7 volte la frase «una scuola migliore», dando poi concretezza a questa sua affermazione – gli statunitensi, si sa, sono pragmatici – con uno stanziamento consistente in ricerca e istruzione. Durante i 3 anni dell’apice della crisi economica, su 31 Paesi europei l’Italia è al secondo posto (dopo l’Estonia) quanto a tagli sulla scuola. Viceversa molti Paesi – come la Germania e la Francia – hanno reagito alla crisi investendo sull’istruzione. Non voglio tediare i lettori con numeri e percentuali. Ma solo affermare che non ci sarà possibilità per il nostro Paese di un reale progresso finché la voce scuola sarà pronunciata nei programmi come mero elemento retorico; finché non esisterà un’intenzionalità genuina e convinta che la scuola possa essere considerata motore di ri-partenza e non capitolo di spesa da diminuire a prescindere, indipendentemente da finalità, risorse umane, ricerca, pratiche da mettere in campo tanto per l’inclusione, per la lotta alla dispersione e al ritardo, quanto per la promozione dei capaci e dei meritevoli e anche per i milioni di studenti che non si trovano in nessuna delle due condizioni, ma che hanno pur sempre il diritto-dovere di determinare la propria identità attraverso la promozione culturale e la cittadinanza; finché coloro che ci rappresenteranno in Parlamento non faranno concretamente proprie le parole di Calamandrei: «La scuola, come la vedo io, è un organo costituzionale; ha la sua posizione, la sua importanza al centro di quel complesso di organi che formano la Costituzione». Sono, tra le parole pronunciate sulla scuola, forse le più pesanti e significative. Dicono immediatamente, direttamente, una funzione suprema che stentiamo a riconoscere nei discorsi, ma soprattutto nelle pratiche, di coloro che si occupano e si candidano ad occuparsi della cosa pubblica.

Rispondi in questo thread

Questo sito utilizza cookies e altre tecnologie di tracciamento per distinguere tra personal computer, impostazioni e scopi analitici/statistici personalizzati, customizzazione dei contenuti e ad serving. Il sito potrebbe contenere cookies di terze parti. Se vuoi continuare a navigare sul sito, le impostazioni attuali saranno mantenute, ma puoi cambiarle in ogni momento. Per maggiori informazioni: Privacy e polizia dei Cookie