Lettera al Ministro di Giuseppe Bagni

Caro signor Ministro,

non le nascondo che gli insegnanti sono molto preoccupati per le sorti della scuola, non solo perché esposta al rischio di nuovi tagli, già drammatici, ma anche perché temiamo che in questo clima di emergenza permanente non si trovi il coraggio di prendersi il tempo necessario per una riflessione pacata sulle finalità e sulle forme nuove necessarie del fare scuola. Ci manca da troppo tempo un confronto vero sul cosa e sul come insegnare oggi a una generazione e in un tempo caratterizzati entrambi dal cambiamento.

Forse non abbiamo fatto la giusta attenzione a quanto profondamente si è trasformato il modo di imparare dei nostri allievi, alla diversità delle loro strutturazioni di pensiero rispetto alle nostre.

Stiamo insegnando, signor Ministro, a studenti che non assomigliano più a come noi eravamo studenti, e questa è una difficoltà che purtroppo tendiamo a nascondere affibbiando loro le varie categorie del “sempre meno”, per cui sarebbero studenti sempre meno studiosi, sempre meno attenti, diligenti, disciplinati, autonomi, responsabili e così via con i luoghi comuni.

Sono convinto che chi tiene davvero alla scuola sa di doverla cambiare se vuole che davvero faccia posto - e intercetti - queste nuove intelligenze che gli alunni mettono in mostra (più spesso celano), ma dovremo cambiarla tutti insieme, e senza farle perdere quei caratteri che apparentemente la fanno obsolescente, ma in realtà la tengono fuori dal tempo. In grado, proprio per questo, di interpretare questo tempo.

Intendo dire che di fronte alla nuova vulnerabilità della società, esposta a mille contaminazioni e flussi migratori, la scuola risponde senza alzare barricate, ma proponendo un’idea d’identità dinamica, fondata sulla condivisione di obiettivi e sulla conoscenza reciproca. Le scuole sono i luoghi dove l’integrazione di culture non è un progetto astratto, ma una pratica quotidiana che mette fianco a fianco allo stesso banco quegli stessi soggetti che fuori della scuola si costruiscono i propri muretti di recinzione.

Le diversità di ogni tipo – di abilità, di cultura, di lingua – diventano il punto di partenza di quel percorso di scoperta di sé che fa scrivere in un libro collettivo la biografia di ogni alunno e la proietta nel futuro. Sta poi alla scuola far sentire quel futuro prima di tutto desiderabile, e poi anche possibile.

La scuola, ogni scuola, è il luogo dove la nuova generazione incontra quella che l’ha preceduta. È al suo interno che avviene il passaggio del testimone. Ma chi lo deve accettare lo farà solo se sapremo trasmettergli il valore di quello che riceve per il suo futuro.

Ecco perché non c’è scuola possibile senza fiducia nel futuro, e non c’è futuro per un paese che non investe sulla scuola. E questo lei ha già dimostrato di averlo più chiaro di me.

Non sarà facile per lei ridare fiducia, signor Ministro, anche perché in questi anni si è andata sempre più erodendo una risorsa fondamentale: gli insegnanti. In particolare i nuovi, i più giovani, quelli che di solito arrivano nelle scuole per ultimi e se ne vanno per primi, chiuso l’ultimo scrutinio. La scuola, non diversamente da qualunque comunità di pratiche professionali, cresce grazie agli scambi e ricambi generazionali, non c’è formazione in servizio che possa surrogare questa mancanza di condivisione e rinnovamento. Il successo del lavoro degli insegnanti non è un'impresa individuale, si realizza pienamente solo se inserito nell’azione coerente di una comunità educativa

Gli insegnanti non vanno in cerca di premi, signor Ministro, ma di riconoscimento, quello sì, del proprio lavoro.

Da anni ci siamo abituati a politiche scolastiche inadeguate che si sono tradotte quasi tutte in tagli alla spesa per l’istruzione. Nessuno che si sia mai seriamente impegnato a sostenere l’innovazione didattica e le migliori pratiche di scuola: non può stupire che si stia diffondendo un senso di abbandono che produce passività e atteggiamenti votati alla pura sopravvivenza.

Se non s’interrompe questo processo, il degrado del nostro sistema d’istruzione rischia di superare la soglia di non ritorno. E non possiamo illuderci che basteranno la sola scuola o la sola politica ad arrestare il processo. Ora più che mai c’è bisogno di un’alleanza capace di rimettere in moto le forze migliori della scuola e della società.

Perché dobbiamo essere consapevoli che ad ogni suono dell’ultima campanella il futuro del nostro paese, a cui tutti teniamo fortemente, sfila di corsa di fronte alle nostre cattedre.

Abbiamone cura.

Non mi resta che augurarle buon lavorott e assicurarle che potrà contare sulla collaborazione del Cidi tutte le volte che ritenga di averne bisogno.

Giuseppe Bagni, presidente Cidi.

Rispondi in questo thread

Questo sito utilizza cookies e altre tecnologie di tracciamento per distinguere tra personal computer, impostazioni e scopi analitici/statistici personalizzati, customizzazione dei contenuti e ad serving. Il sito potrebbe contenere cookies di terze parti. Se vuoi continuare a navigare sul sito, le impostazioni attuali saranno mantenute, ma puoi cambiarle in ogni momento. Per maggiori informazioni: Privacy e polizia dei Cookie