Proposte didattiche di Gabrielle Grasso: 5 broken cameras e L’ISTRUTTORIA

Arrivano due proposte didattiche da parte di Gabrielle Grasso ([email protected]) che giro al gruppo.

"Propongo di chiedere l'inserimento nella programmazione annuale del film o dello spettacolo di seguito descritti. Il primo è un'opera veramente straordinaria che ha ricevuto molti premi e riconoscimenti.Il secondo è stato prodotto da un gruppo di volontari di Torino, tra cui due professionisti e un profugo palestinese, partendo dal rapporto Goldstone: lavoro preciso e toccante.Se si tratta di una scuola media sarebbe preferibile programmare il film.Se invece è una scuola superiore si può scegliere film o teatro.Ecco la sinossi e qualche notizia su entrambi.

Gabriella Grassohttps://sites.google.com/site/parallelopalestina/homefbclid=IwAR0AIvMRYY7Uifdn_cIQt8rDoQOrgVzIWWfD84kaaFAYsgIdjbZ1e1KBbhM3289556787

FILM5 BROKEN CAMERASdi Emad Burnat (palestinese) e Guy Davidi (israeliano).Vincitore del Sundance Festival di Robert Redford, la pellicola racconta la crescita del figlio del primo ai tempi del muro voluto da Ariel Sharon. Con cinque telecamere, tante quante l'esercito israeliano gli ha rotto. Los Angeles e l’opulenza di Hollywood non hanno nulla a che vedere con il povero e angusto villaggio cisgiordano di Bili’n, ulteriormente rimpicciolito dalla costruzione del muro israeliano, che lo spacca in due. Eppure Emad Burnat, regista di 5 broken cameras, primo documentario palestinese candidato a un Oscar, non appena atterrato a Los Angeles con la moglie e il figlio maggiore, si è sentito “a casa”. Gli agenti addetti al controllo dei passaporti non hanno creduto alla motivazione della sua visita, nonostante il foglio d’invito dell’accademia per partecipare alle premiazioni, e lo hanno rinchiuso con la famiglia nella camera di sicurezza dell’aeroporto, nell’attesa del primo volo utile per Israele. “Sono abituato purtroppo a queste situazioni – ha spiegato il regista una volta rilasciato – alla lotta quotidiana per avere un minimo di diritti. L’occupazione israeliana non si limita a toglierci le terre, a distruggerci la casa, a mettere barriere e posti di blocco ovunque ma ci strangola attraverso la macchina burocratica. Ci vogliono permessi e contro-permessi per fare qualsiasi cosa”. Mentre si trovava rinchiuso, Burnat ha postato un tweet e mandato un sms al suo collega-amico ben più noto, Michael Moore, che ha subito chiamato i legali dell’accademia per chiedere di intervenire. “Il problema è che qui nessuno ritiene verosimile che un palestinese possa essere candidato a un Oscar ”, ha risposto Moore. Burnat non aveva mai pensato di fare il regista. Avrebbe invece voluto continuare a lavorare il piccolo appezzamento di terreno della sua famiglia ma la costruzione del muro decisa nel 2005 dall’ex premier israeliano Ariel Sharon, ha scombinato tutti i suoi piani: il suo terreno è stato confiscato assieme agli uliveti e vigne della maggior parte dei suoi concittadini. Da allora ogni venerdì a Bili’n si tengono manifestazione pacifiche di protesta a ridosso del muro che spesso finiscono in tragedia per la reazione dei soldati israeliani. Fu proprio dopo l’uccisione di un amico, colpito in pieno petto da un lacrimogeno, che il giovane contadino decise di utilizzare la piccola telecamera, acquistata allo scopo di filmare la crescita dei suoi figli per denunciare la violenza nei confronti dei suoi concittadini. Ma i soldati e i coloni non appena si accorgevano di essere ripresi, gli rompevano la telecamera. Un fatto accaduto ben cinque volte: da qui il titolo del documentario. Che porta la firma anche di Guy Davidi, un filmaker attivista israeliano, diventato amico di Burnat durante i mesi in cui si era trasferito a Bili’n per documentare gli effetti perversi dell’occupazione. Davidi ha smistato il materiale, che include anche momenti di vita familiare del regista, e deciso come montarlo.

altra sinossi:http://formacinema.files.wordpress.com/2013/02/brokencameras.pdffbclid=IwAR1nXMYuCHSkHYrxm2UL5oWFuwB4yc2NB6Oy8Bzz4xY15sb-3lXpgt7-BYkla reazione di alcuni giovani israeliani dopo aver visto il film:

Premi:Sundance Film FestivalPusan International Film FestivalJerusalem Film FestivalNomination:Asia Pacific Screen AwardsAcademy Awards, USA (oscar)

TEATROL’ISTRUTTORIATratto dal Rapporto delle Nazioni Unite sull’attacco israeliano alla Striscia di Gaza del 2009

Quel sabato le strade di Gaza erano affollate. Come tutti i sabato mattina, dopo il venerdì di festa.Fra gli stenti, riprendevano gli affanni quotidiani, costantemente alla ricerca di un lavoretto o diqualcosa da mettere sotto i denti, di una siringa o di una saponetta sfuggite alle strette magliedell’embargo israeliano, di un sacco di cemento per chiudere la parete di casa squarciata dal missile. I bambini del primo turno stavano per uscire da scuola. Erano le 11,30 di sabato 27 dicembre 2008.E’ in quel preciso istante che scatta l’operazione militare israeliana Piombo Fuso. In tre settimane di fuoco dal cielo, dal mare e da terra l’esercito di Israele devasterà quel piccolo territorio su cui siaffollano un milione e mezzo di persone, facendo più di 1400 vittime, in massima parte civili, donne, uomini, vecchi e bambini, tanti bambini: trecento.

Il 3 aprile 2009, a due mesi e mezzo dalla fine dell’operazione, il Consiglio per i diritti umani delleNazioni Unite nomina una Missione d’inchiesta, incaricata di far luce su quanto accaduto. Nonostante il rifiuto a collaborare e l’ostracismo di Israele, nei quattro mesi a sua disposizione la Missione ha raccolto una vasta mole di materiale documentale, successivamente pubblicata nelle oltre 500 pagine del Rapporto, disponibile dal 2011 anche nella traduzione italiana per le edizioni Zambon.

L’Istruttoria è la drammatizzazione di quella relazione, meglio conosciuta come Rapporto Goldstone, dal nome del giudice ebreo sudafricano chiamato a presiedere la Missione d’inchiesta delle Nazioni.Dei casi di “attacchi diretti contro civili con conseguenze letali”, sui quali la Missione ha indagato,l’Istruttoria ne ha selezionati tre, che hanno fatto 24 vittime fra i membri della famiglia allargata degli al- Samouni, residente a Zeytoun, un piccolo villaggio agricolo alle porte di Gaza City. I testimoni interrogati nel corso della rappresentazione e gli altri personaggi palestinesi, riportano gli avvenimenti così come sono stati descritti nel rapporto. I fatti narrati dai soldati israeliani sono invece tratti da una raccolta di 54 testimonianze di reduci dell’operazione rilasciate alla ONG israeliana Breaking the Silence e pubblicate in un opuscolo dal titolo “Soldiers’ Testimonies from Operation Cast Lead, Gaza.Nel 2011, con un colpo di scena, il giudice sudafricano Goldstone, con una lettera al Washington Post sconfessa il rapporto da lui stesso redatto e sottoscritto solo due anni prima. In quei due anni Goldstone viene fatto oggetto di attacchi pesantissimi da parte di Israele e della comunità ebraica, particolarmente da quella sudafricana, cui il giudice appartiene e dalla quale viene emarginato. Viene avanzata contro di lui l’accusa più infamante per un ebreo, quella di farsi complice di chi vuole cancellare Israele dalla cartina geografica. Viene additato come antisemita inconsapevole, come portatore d’acqua del terrorismo. Alla fine Goldstone ritratta. Lui, un giudice della sua esperienza, che si è distinto come pubblico ministero del Tribunale Penale internazionale nei procedimenti contro i criminali di guerra della ex Jugoslavia e i genocidari del Rwanda, dice candidamente di essersi sbagliato, adducendo una motivazione che ha dell’incredibile.

Proprio in merito al più grave dei tre “incidenti” che hanno coinvolto la famiglia al-Samouni, quello che ha fatto ventuno vittime, Goldstone viene a sapere che il presunto colpevole, Israele, dichiara essersi trattato di un deplorevole errore e il giudice ritratta, con tante scuse. Ci voleva tanto? Era il caso di fare indagini, investirci tempo e denaro? Bastava chiedere.

Sul palco una scrivania, sulla scrivania un telefono. Ai lati le postazioni dei testimoni. Sullo sfondo scorrono delle immagini. Il tribunale può iniziare i suoi lavori.Il giudice emetterà il suo verdetto? Le forze armate israeliane l’hanno già emesso: autoassoluzione per "inconsistenza delle accuse".

Parallelo Palestina

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