Relazione Pietro Boccia riforma ordinamenti scuola pubblica

Relazione del prof. Pietro Boccia alla Conferenza, tenuta agli Stati generali della scuola del M5S (Torino –15 febbraio 2014) Dalla scuola-azienda a un’ipotesi complessiva di riforma degli ordinamenti per una scuola pubblica, laica e democratica Premessa L’istruzione, nella storia, è stata caratterizzata dal processo di democratizzazione dell’educazione. Questa ha, al proprio interno, messo in moto i processi di:

  1. Educazione universale.
  2. Scolarizzazione.
  3. Innalzamento dell’obbligo scolastico.
  4. Unificazione dei sistemi formativi.
  5. Educazione di massa.
  6. Inclusione e individualizzazione dell’insegnamento. L’inclusione è stata, nel 2010, prospettata nella strategia Europa 2020, pensando, dopo il fallimento dell’obiettivo del Memorandum di Lisbona del 2000 (economia europea più competitiva e dinamica del mondo entro l’anno 2010), a una crescita intelligente, inclusiva e sostenibile. La scuola europea, nel 2020, dovrebbe conseguire i seguenti obiettivi:
  7. Cittadinanza attiva.
  8. Occupabilità.
  9. Fles-sicurezza. L’Unione europea, prima della strategia Europa 2020, stesa nel 2010, ha vissuto momenti d’importanza vitale per l’istruzione e la formazione, vale adire:
  • nel trattato di Maastricht quale si prevede che bisogna pensare globalmente e agire localmente;
  • con il rapporto Delors (1993) si prospetta il principio di un’istruzione formativa e orientativa per raggiungere gli obiettivi di crescita, di competitività e di occupazione;
  • attraverso il rapporto Cresson (1995) si esprime il concetto che «Insegnare e apprendere: verso una società della conoscenza”.
  • nel Memorandum di Lisbona (2000) si fissa l’obiettivo per il 2010: un’Unione europea con un’economia più competitiva e dinamica del mondo. L’istruzione deve, perciò, basarsi sull’apprendimento permanente e sull’acquisizione delle competenze per una società dei saperi;
  • con il Rapporto «Istruzione, gioventù e cultura» (2009) cui si acquisisce consapevolezza che l’obiettivo del Memorandum di Lisbona si è allontanato.
  • con la strategia Europa 2020 si afferma che“l’istruzione è la migliore risposta alla crisi”; tale è il messaggio di Angel Gurria, segretario generale dell’OCSE (l’organizzazione per lo sviluppo e la cooperazione), in apertura del Rapporto 2010 sull’Educazione. La Scuola-azienda in Italia I paladini dell’aziendalizzazione della scuola italiana sono stati i ministri Lombardi e Berlinguer. Gli altri ministri si sono, chi consapevolmente e chi inconsapevolmente, adeguati. La giustizia sociale, come si sostiene nel libro Lettera a una professoressa non si fa dividendo tutto in parti uguali tra soggetti diseguali. La scuola pubblica italiana è, oggi, ancora in tale stato. Anzi, nella seconda Repubblica, è regredita (tassi di abbandono scolastico, tassi molto bassi di alfabetizzazione superiore, punteggi negativi presentati nelle diverse indagini internazionali e nazionali sugli apprendimenti di base). Una scuola pubblica che non si organizzi per permettere a tutti di muoversi dallo stesso punto di partenza e “giocarsi la partita” alla pari, come prevede la Costituzione italiana (art. 3), e che, invece, dissimuli di premiare il merito, circoscritto soltanto a coloro che si trovano nelle condizioni culturalmente e socialmente di privilegio, è da ripensare e da ricostruire. Bisogna essere consapevoli che l’aziendalizzazione della scuola è un processo di disgregazione delle istituzioni scolastiche pubbliche, imposta nel tentativo di far diventare l’istruzione come una merce. Nella seconda metà degli anni Novanta del secolo scorso, con i ministri Lombardi e Berlinguer la scuola, snaturandosi, viene, infatti, immaginata come un’azienda. Indurre, però, la pubblica istruzione, da un diritto di ognuno a conseguire gli strumenti per saper “leggere il mondo” e a muoversi in maniera adeguata in una società complessa e controllata dalle leggi violente del profitto e del mercato, a diventare una merce da piazzare e vendere sul mercato, ha certamente, da un lato, il significato di appiattimento della scuola, che è, invece, un bene comune e sociale, e, dall’altro, quello di produrre, nello stesso tempo, violenza sulla didattica attraverso i distruttivi meccanismi aziendali, incardinati sulla competizione, sulle gerarchie, sul conflitto permanente e sulla stortura che produce il denaro. E’, infatti, il denaro, nella concezione aziendalistica, “il movente unico, o quasi, – ha scritto Simone Weil in La prima radice – di tutti gli atti, la misura unica, o quasi, di tutte le cose”, diffondendo, in tal modo, ovunque, “il veleno dell’ineguaglianza”. Anzi, si cancellano, così, i due imperativi fondamentali in tutte le istituzioni e soprattutto nella scuola autonoma, in altre parole la collaborazione e la solidarietà. La società democratica, laica e progressivamente riformista si fonda sulla premessa della giustizia sociale. Senza tendere alla giustizia sociale, in ogni società, la libertà diventa prerogativa di pochi e, negli altri, si vivono forti sperequazioni sociali e forme d’illegalità. Uno Stato che non riesce a introdurre regole del gioco per attutire le disuguaglianze economiche, produce disuguaglianze sociali e queste ultime si trasformano in patologie mortali per l’intera società. Esso può e deve intervenire, per creare welfare state e spalmarlo sulla collettività, con imposte fortemente progressive. Uno Stato democratico, che opera per una società giusta, oltre a demolire tutte le caste, deve cercare di abolire tutti i privilegi (pensioni d’oro, stipendi e liquidazioni milionarie in ogni ambiente) con la leva fiscale. Per raggiungere tale obiettivo deve, ad esempio, stabilire quanto necessita in ogni nucleo familiare per vivere adeguatamente. Il superfluo attraverso la leva fiscale (un’imposta molto progressiva) deve farlo ritornare al welfare state e spalmarlo sulla collettività, salvaguardando, in tal modo, tutte le istituzioni che hanno funzioni sociali, come, ad esempio, la sanità e la scuola. Una funzione sociale non può essere soggetta al mercato e non deve mai essere pensata come una prestazione che può andare a pareggio di bilancio. Alla scuola italiana, che è stata, negli ultimi quindici anni, violentata, tradita e snaturata dalle forze economiche e politiche dominanti, deve essere, pertanto, restituita la funzione sociale. Non si può, attraverso la scuola, tutelare l’interesse pubblico, conseguendolo con riferimento alle prestazioni. In tal modo tale interesse si smonta e si sostituisce con la commercializzazione di un servizio. Con riferimento alla scuola, il diritto amministrativo prefigura che l’interesse pubblico deve manifestarsi tramite il diritto vissuto non come fine ma come strumento. Questo è un principio che nella seconda Repubblica si sta smontando meticolosamente. Trasformare, poi, la scuola in azienda ha l’indiscutibile significato di forgiare le strutture che hanno come fine predominante l’attuazione, in contrapposizione alla “produzione” di un sapere critico, del profitto economico. Ciò avverrebbe, inoltre, in un sistema di spietata concorrenza ed emarginando, in tal modo, socialmente, economicamente e culturalmente i soggetti più deboli e svantaggiati. La pseudo-riforma della scuola italiana, aggomitolata sul modello di scuola-azienda di Luigi Berlinguer non poteva produrre altro se non scuola-miseria di Mariastella Gelmini. Il problema non è, però, la riforma della scuola della Gelmini, che, per la legge n. 3 del 2001, è anticostituzionale e, pertanto, può essere facilmente messa in discussione, ma è la politica scolastica del ministro Berlinguer, che, dando impulso al modello di scuola-azienda e soprattutto con la presentazione e l’approvazione del decreto-legge, il D.L. n. 59 del 6 marzo 1998, vale a dire “disciplina della qualifica dirigenziale dei capi d’istituto delle istituzioni scolastiche autonome”, idea già, in verità, presente nella legge n. 59 del 15 marzo 1997, della legge n. 323 del 1998 (crediti scolastici e formativi) e della legge n. 62 del 10 marzo 2000 “norme per la parità scolastica e disposizioni sul diritto allo studio e all’istruzione”, diventa l’apripista per la rottamazione della scuola pubblica in Italia. L’errore di Berlinguer è stato quello di mettere totalmente in discussione la riforma dei programmi della commissione “Brocca”, che rappresentava il risultato di convergenza e di condivisione dell’intero panorama culturale e politico, vigente nella società italiana (laica, cattolica, liberale, socialista e comunista). Anche Fioroni, dopo la riforma Moratti, che abroga, nel 2006, opera per tentativi ed errori, commettendo un atto anticostituzionale con l’attribuire, in contrapposizione alla legge costituzionale n. 3 del 18 ottobre 2001, allo Stato l’istruzione e la formazione professionale e riportando la scuola italiana alla metà del secolo scorso, in altre parole alla proposta (Licei, Istituti tecnici e istituti professionali) n. 2001 del 1951 del ministro Gonella. Il tentativo di riforma Fioroni contravviene, in tal modo, anche al processo della democratizzazione dell’istruzione, che, com’è sempre avvenuto storicamente, tende all’unificazione dei diversi indirizzi di studi. Il centro-destra ha, pertanto, gioco facile nel trasformare la scuola, tradendola profondamente, da funzione culturale e sociale a quella economica, competitiva e concorrenziale. E’ necessario, orbene, riprendere il discorso della scuola come bene pubblico e sociale, difendendo la conquista dell’autonomia e mettendo in discussione la governance a livello non solo di singola istituzione scolastica (di solito, i docenti, in possesso di competenze disciplinari, metodologiche, comunicative e didattiche, preferiscono dedicarsi all’insegnamento e non a partecipare al concorso per dirigenti scolastici) ma anche di responsabili, di dirigenti e di strutture in ambito provinciale e regionale. Sicuramente con l’abolizione delle province, che le forze politiche prevedono, scompariranno i responsabili e le strutture degli Ambiti provinciali; a che dovrebbero servire, poi, i direttori generali e le strutture regionali? Non riescono a organizzare e a gestire con una governance adeguata nemmeno semplici concorsi (il concorso per dirigenti è stato messo in discussione in alcune Regioni; quello dei docenti ha già subito tantissime critiche; anzi la governance non è nemmeno riuscita a scegliere i componenti delle commissioni con un criterio di merito, ma attingendoli da una graduatoria, costituita attraverso un sorteggio; si poteva, allora, predisporre per sorteggio anche una graduatoria degli esaminandi, tenendo conto che già da qualche tempo insegnano e sono abilitati. Lo Stato, in tal modo, avrebbe risparmiato risorse e non avrebbe costretto esaminatori ed esaminandi a una notevole e inutile ansia). La scuola autonoma dovrebbe organizzarsi sul territorio in maniera reticolare e avere come riferimento soltanto le direzioni generali del ministero. E’ certamente, poi, importante e delicata la questione dei limiti della responsabilità, per quanto concerne le competenze professionali (giuridiche, economiche, di contabilità, amministrative, comunicative, educative e così via) per l’intera governance delle istituzioni scolastiche autonome. La responsabilità in tali strutture deve appartenere a tutti i soggetti che in esse operano. In Italia, la responsabilità deve, però, essere posta sotto controllo; non può sussistere, nel nostro Paese, una cultura della responsabilità individuale, come nelle società a influenza calvinista e protestante. Per tale motivo lo Stato non può reclamarla a livello individuale. Bisogna, dunque, incoraggiare che le soggettività si organizzino e che le reali funzioni di responsabilità si esplichino collettivamente. Un’ipotesi di riforma complessiva degli ordinamenti per una scuola pubblica, laica e democratica Nella società attuale non può esistere alcun modello formativo precostituito; gli obiettivi d’insegnamento-apprendimento non possono, pertanto, essere prescrittivi. Si potrebbe, tuttavia, sicuramente individuare qualche linea di tendenza per quanto concerne le finalità educative e i risultati potrebbero essere alquanto attendibili se il rapporto tra insegnanti e alunni s’instaurasse sul piano del dialogo educativo. Due fatti hanno una certa importanza nella vita della scuola: da un lato, è indispensabile che l’insegnante possieda adeguatamente le competenze disciplinari e le abilità didattiche e metodologiche e, dall’altro, che l’alunno sia fortemente motivato ad apprendere. E’ così che quest’ultimo potrebbe acquisire gli strumenti necessari, affinché diventi criticamente attore e protagonista della propria storia e, attraverso la ricerca, scopritore e costruttore di nuovi saperi. La scuola deve, pertanto, trasformarsi in strumento adeguato a tali richieste. Di conseguenza, oggi, il pezzo forte della riforma scolastica dovrebbe essere l’abolizione del D.L. n. 59 del 6 marzo 1999 di Berlinguer, in altre parole del dirigente scolastico, figlio della scuola-azienda e inadeguato, nella stragrande maggioranza dei casi, sia per formazione sia per com’è scelto a svolgere ruoli e funzioni della governance che il legislatore gli attribuisce; di conseguenza, bisognerebbe introdurre l’elezione diretta del preside da parte del collegio dei docenti. La sostituzione del ruolo del dirigente scolastico dovrebbe avvenire attribuendo al direttore dei servizi amministrativi un alto grado di professionalità e di competenza (laurea in giurisprudenza, in economia e commercio o lauree equipollenti). In tal modo si risolverebbe l’inadeguata governance della scuola. La riforma scolastica, nella società della conoscenza, dovrebbe fare assumere centralità alla scuola pubblica e valorizzare contemporaneamente il ruolo degli studenti e dei docenti, come elementi fondamentali dell’apprendimento-insegnamento e della ricerca. E’ la scuola che dovrebbe, in alternativa alla politica degli ultimi vent’anni, diventare, attraverso l’istruzione e la formazione, il motore della società, per orientarla verso obiettivi gradualmente attendibili e maggiormente progrediti. Una riforma, per attuare pienamente la scuola dell’autonomia, dovrebbe, quindi, prevedere di:
  1. Abolire i carrozzoni ministeriali (i dirigenti scolastici, i responsabili e gli Uffici degli ambiti scolastici provinciali; i dirigenti e gli Uffici scolastici regionali), creando un diretto collegamento delle reti di scuole con le Direzioni generali e nazionali del Ministero della Pubblica Istruzione. L’autonomia delle istituzioni scolastiche e l’asfissia dirigenziale sono una contraddizione in termini.
  2. Introdurre l’elezione diretta e democratica del preside e dei collaboratori da parte del collegio dei docenti o altre forme, snellendo di molto il profilo dell’attuale dirigente.
  3. Valorizzare il ruolo dei docenti, riconoscendo l’insegnamento come una professione logorante e usurante.
  4. Abolire il finanziamento (223.000.000 €) alle scuole non statali e private, rispettando l’art. 33 della Costituzione che recita: “Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole e istituti di educazione, senza oneri per lo Stato”.
  5. Demolire, partendo dalla riforma Berlinguer (giustamente ritenuta da Matteo Renzi come quella che ha “di sinistra solo il nome”), la cultura e la visione della scuola-azienda. Solo in tal modo si potrebbero invertire le proposte dell’accorpamento delle istituzioni scolastiche, finalizzate, compromettendo ogni forma di didattica, al risparmio economico.
  6. Riconoscere lo status delle scuole a rischio e di quelle di eccellenza.
  7. Valorizzare e non abolire i titoli di studio. Il mercato, la destra e i poteri forti aspirano ad abolire i titoli di studio per emarginare le classi sociali più deboli.
  8. Equiparare diritti e doveri dei docenti italiani a quelli europei (compresi orario di lavoro e stipendio).
  9. Assumere la consapevolezza che la colonna portante della scuola è rappresentata dagli studenti e dai docenti.
  10. Fare acquisire alle scuole la funzione di palestra della democrazia per costruire, attraverso una cittadinanza attiva, soggetti intelligenti e adeguati a costituire una società aperta e inclusiva.
  11. Considerare gli studenti come soggetti di diritto e di doveri verso il mondo sociale e immaginare la scuola come un bene pubblico e condiviso.
  12. Nelle scuole secondarie di secondo grado (ultimo triennio) a ogni docente di una classe di concorso (ad esempio A037 – Filosofia e storia) dovrebbe essere, dopo che la scuola si è data un rigoroso ed equilibrato regolamento, assegnato un’aula; gli studenti dovrebbero, in tal modo, scegliere responsabilmente e liberamente il corso da frequentare.
  13. Abolire l’insegnamento obbligatorio di ogni tipo di religione. Gli studenti che intendono usufruirne dovrebbero con rette mensili pagarsi tali insegnamenti, evitando, in tal modo, che, ad esempio, per quanto concerne la religione cattolica, lo Stato italiano paghi insegnanti di uno Stato straniero (Vaticano).
  14. Riorganizzare la scuola italiana in 2 cicli d’istruzione dai 2 ai 18 anni (8 anni – Scuola dell’infanzia, dai 2 ai 4 anni, e primaria, dai 5 ai 9 anni - 8 anni - scuola secondaria di primo grado – 5 anni - e scuola secondaria di secondo grado – 3 anni). Conclusioni Immaginerei, in conclusione, una scuola che aspirasse a un presente proporzionato ai sogni delle nuove generazioni e che immaginasse un futuro possibile; sognerei, infine, un MIUR (Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca) che si convertisse in un Ministero delle future generazioni per una crescita intelligente e pubblica. Commenti e dibattito L'evento Stati Generali della Scuola è stato un vero successo con una partecipazione davvero inaspettata. Cittadini pieni di entusiasmo e passione hanno condiviso la propria visione sui temi della scuola, dividendosi in otto tavoli di lavoro ed elaborando dei documenti programmatici che saranno fondamentali anche per il nostro lavoro in Parlamento. Il tutto è stato arricchito dalla presenza di deputati e senatori del M5S e dalle conferenze dei professori Saja, Boccia e della docente e apprezzatissima blogger del Fatto Quotidiano Marina Boscaino. Grazie a tutti per aver partecipato così numerosi! Ecco a voi l'esempio della rete e dell'intelligenza collettiva che sta nascendo grazie al M5S e che crescerà sempre più! Un grazie speciale a chi ha ideato e realizzato questo evento, i ragazzi volenterosi, appassionati, pieni di entusiasmo e dedizione del gruppo di lavoro Istruzione di Torino, a cui va tutta la mia stima. Siete degli eroi. GRAZIE!!! Daniela Albano Barbara Azzarà Luca Frangella Michele Angelo Andrea Visalli Margherita Cardone Rosanna Santaniello Enoch Dantes Foto: L'evento Stati Generali della Scuola è stato un vero successo con una partecipazione davvero inaspettata. Cittadini pieni di entusiasmo e passione hanno condiviso la propria visione sui temi della scuola, dividendosi in otto tavoli di lavoro ed elaborando dei documenti programmatici che saranno fondamentali anche per il nostro lavoro in Parlamento. Il tutto è stato arricchito dalla presenza di deputati e senatori del M5S e dalle conferenze dei professori Saja, Boccia e della docente e apprezzatissima blogger del Fatto Quotidiano Marina Boscaino. Grazie a tutti per aver partecipato così numerosi! Ecco a voi l'esempio della rete e dell'intelligenza collettiva che sta nascendo grazie al M5S e che crescerà sempre più! Un grazie speciale a chi ha ideato e realizzato questo evento, i ragazzi volenterosi, appassionati, pieni di entusiasmo e dedizione del gruppo di lavoro Istruzione di Torino, a cui va tutta la mia stima. Siete degli eroi. GRAZIE!!! Daniela Albano Barbara Azzarà Luca Frangella Michele Angelo Andrea Visalli Margherita Cardone Rosanna Santaniello Enoch Dantes Mi piace • • Promuovi • Condividi Piace a Marcella Boccia e Danilo Campanella. Luca Frangella c'è un punto che non è piaciuto molto agli SG. anche se devo dire che le reazioni sono state esagerate. probabilmente hanno temuto che si scambiassero le sue idee come proposte del m5s! o hanno pensato che quelle proposte potessero mettere a rischio il lavoro di molti docenti. il punto più criticato è stato quello della riforma dei cicli scolastici. anche io non concordo, ma rimango molto più pacato. sono sicuro che lei sia mosso da intenti positivi. personalmente lascerei la durata delle superiori a 5 anni. al massimo unirei primarie medie in un unico ciclo. in totale lascerei il numero di anni totali a 13. non renderei obbligatoria la scuola dell'infanzia. al momento attuale vorrebbe dire finanziare il settore privato. è per questo che adesso vogliono tagliare un anno delle superiori e istituire un anno obbligatorio di scuola dell'infanzia. per convogliare risorse verso i privati che in italia detengono gran parte del settore dell'infanzia. 19 febbraio alle ore 21.02 • Mi piace Luca Frangella un'altra proposta su cui sono scettico è quella di eleggere il preside all'interno del collegio docenti. separazione ed equilibrio dei poteri sono principi democratici validi per tutte le istituzioni. un dirigente scolastico eletto da docenti e fra docenti di uno stesso istituto, non garantirebbe questi principi. capisco la tentazione della categoria di voler egemonizzare la scuola, ma è del tutto sconsigliabile. bisogna pensare ad altri meccanismi che creino un equilibrio democratico fra docenti e dirigenti preservandone l'indipendenza, favorendone la collaborazione, differenziandone i ruoli. il rischio è di fare la fine delle università, vere e proprie baronie intoccabili. sarebbe invece opportuno fare in modo che il dirigente scolastico sia sottratto all'influenza della partitocrazia e dei sindacati. è una figura amministrativa, non politica o elettiva. E così deve rimanere, altrimenti prevedo guai nel caso la platea elettorale si allargasse ai genitori.... invece bisogna ben distinguere i ruoli e regolamentare l'interazione in modo da creare un equilibrio accettabile e proficuo per la scuola. Manterrei il vincolo per cui il dirigente deve essere stato insegnante e vice preside. Manterrei anche il concorso, ma svincolandolo da influenze clientelari. Aggiungerei una formazione specifica prima e dopo il concorso, come in molti paesi. Così evitiamo figure manageriali generiche che vogliono fare della scuola un'azienda. Per evitare le derive dirigiste, il collegio docenti deve essere sovrano nella didattica e nella pedagogia. Potrebbe nominare un presidente del collegio fra i docenti, diverso dal dirigente. Il dirigente potrebbe partecipare al collegio come vicepresidente. Stessa cosa nei consigli di classe, il dirigente parteciperebbe come vice, a presiedere sarebbe il coordinatore. Il dirigente non dovrebbe mai perdere il contatto con l'aula, per cui ipotizzerei anche solo 2,3 ore di lezione settimanale! Invece continuerebbe a presiedere il consiglio di istituto. l'importante sarebbe ripristinare l'elezione da parte del collegio docenti del o dei collaboratori vicari. Era così fino a una decina di anni fa ed era molto meglio, inoltre per l'incarico occorrerebbe prevedere una turnazione. Il preside di ora è troppo autoreferenziale e fissato sul reperire fondi con cui retribuire i collaboratori, poco attento alle reali esigenze della comunità scolastica, altrimenti c'è il rischio di nepotismo, è come se il dirigente in qualche modo scegliesse i suoi successori. invece l'opportunità di fare pratica come vice preside deve essere la più ampia possibile. 19 febbraio alle ore 21.07 • Mi piace Luca Frangella invece ho apprezzato tantissimo l'insistenza sul mettere mano al concordato ed eliminare l'ora di religione cattolica! pochi osano scrivere ancora queste cose! mi trova d'accordissimo e felice di sentire queste proposte. 19 febbraio alle ore 21.09 • Mi piace Luca Frangella l'impianto generale della sua conferenza era poi ottimo. il discorso della scuola azienda e dell'inclusione era ben trattato e schematizzato affinché anche i non addetti ai lavori come lei comprendessero. complimenti e grazie per il suo impegno e la sua partecipazione. 19 febbraio alle ore 21.11 • Mi piace Luigia Paglia Bravo prof. Non poteva essere altrimenti, competente com'è sull'argomento. Interessantissime proposte 19 febbraio alle ore 21.45 • Mi piace Pietro Boccia II Caro Luca, sono consapevole che toccare alcuni nervi scoperti, si reagisce anche in maniera scomposta. Le primarie e le secondari di primo grado già fanno parte di un unico ciclo, tant'è che le Indicazioni Nazionali per il curricolo del 2012 parlano di primo ciclo d'istruzione. La mia proposta, ma è solo una proposta (avevo precisato in premessa che la mia conferenza sarebbe stata alquanto provocatoria), ha l'intenzione di semplificare l'ordinamento dei percorsi di studi in Italia (due cicli di 8 anni); per me è più innaturale demarcare la separazione tra scuola secondaria di primo grado e quella di secondo grado. Io ho parlato di riforma ordinamentale e non di programmi, che potrebbero permanere nella prossima riforma ordinamentale anche i vigenti e in quarta e quinta della scuola secondaria di primo grado potrebbero continuare ad essere quelli dell'attuale primo e secondo anno della scuola secondaria di secondo grado. Poi sarebbe corretto che uno studente terminasse la scuola dell'obbligo con un diploma a tutti gli effetti, anche perché sono contrario, come ho affermato in conferenza, all'abolizione dei titoli di studio, non perché ciò è stato proposto anni fa dalla P2, ma perché in tal modo per chi ha potere diventa facile emarginare gli altri, magari più meritevoli ma senza baronie e santi in paradiso. In conferenza ho anche detto che il finanziamento alle scuole private, facendo rispettare la Costituzione italiana ("senza oneri per lo Stato") deve essere assolutamente abolito. Non dovrebbe, pertanto, esserci, la tua preoccupazione per la scuola dell'infanzia. Per quanto riguarda il dirigente scolastico potrei essere d'accordo, anche se in qualche modo è un'idea portata avanti da un sindacato, con te. Per me è fondamentale snellire il profilo del dirigente scolastico, perché umanamente non può essere competente in tutte le sfaccettature del diritto (costituzionale, civile, amministrativo, penale, comunitario e di contabilità dello Stato) e poi esperto in pedagogia, didattica, metodologia, comunicazione, in informatica e management. Servirebbe a quello che proponi affiancare un Dirigente amministrativo professionalmente adeguato (laurea in giurisprudenza, in economia e commercio o lauree equipollenti). Auguro, comunque, a tutto il gruppo, che è positivamente animato, di raggiungere ottimi risultati. Il mio è stato solo un piccolo contributo, buon lavoro. 21 ore fa • Mi piace Luca Frangella Ma certo. Io infatti ho subito capito che non volevi sminuire la scuola superiore o togliere il lavoro a nessuno. Apprezzo tantissimo il tuo spirito e il tuo impegno e stai sicuro che ne faremo tesoro. La stragrande maggioranza della sostanza espressa si sposa benissimo con la nostra idea di scuola. Per questo rimango critico verso chi si è alterato per dei particolari, perdendo di vista la sostanza. Il tuo lavoro andrà a contribuire a quella intelligenza collettiva che il m5s vuole formare attraverso la discussione partecipata aperta e trasparente attraverso la rete. Grazie mille per la qualità che hai dato alla nostra umile iniziativa! Buon lavoro e continuiamo a fare rete, che è la vera forza della democrazia. Saluti. 20 ore fa • Non mi piace più • 1 Luca Frangella Anche a libero tassella ho fatto le stesse osservazioni sul dirigente scolastico. 20 ore fa • Non mi piace più • 1 M5S: soddisfazione per il successo degli Stati Generali della Scuola Si sono conclusi oggi gli Stati Generali della Scuola, evento organizzato dal gruppo di lavoro Istruzione del MoVimento 5 Stelle. Nell'arco di due giornate intense e partecipate, cittadini provenienti da ogni parte d'Italia, genitori, docenti, studenti, esperti ed eletti del M5S hanno condiviso idee e progetti sull'istruzione attraverso otto tavoli di lavoro operativi e conferenze. All'incontro hanno partecipato i deputati Silvia Chimienti, Giuseppe Brescia, Simone Valente, Luigi Gallo, Sergio Battelli, i senatori Manuela Serra, Fabrizio Bocchino, Laura Bignami e il consigliere regionale Davide Bono. Ai tavoli tematici di lavoro si sono alternate le interessantissime conferenze dei professori Adriana Saja e Pietro Boccia e della professoressa e blogger del Fatto Quotidiano Marina Boscaino, da sempre impegnata sul fronte della scuola pubblica. Molteplici gli argomenti trattati all'interno dei tavoli: dalle modalità di formazione e reclutamento dei docenti alla valutazione del sistema scolastico, dal problema della dispersione scolastica a quello dell'edilizia e della sicurezza degli edifici, senza tralasciare il rapporto con gli enti locali. Dal dibattito e dal confronto sono nati alcuni documenti tecnici, immediatamente condivisi con i deputati ed i senatori presenti in sala. Pertanto tutte le idee generate saranno portate in Parlamento e rielaborate in forma di testi di legge ed atti di indirizzo. Il successo dell'iniziativa pone le basi per la creazione di una rete che permetterà di sviluppare ed ampliare ulteriormente le tematiche trattate e di riproporre le stesse modalità operative in altre città italiane. Un Paese non può dirsi né civile, né libero, né democratico se non ha una scuola che funzioni liberamente, democraticamente, civilmente. Come scrisse Pietro Calamandrei nel 1946 "...i meccanismi della costituzione democratica sono costruiti per essere adoprati non dal gregge dei sudditi inerti, ma dal popolo dei cittadini responsabili: e trasformare i sudditi in cittadini è miracolo che solo la scuola può compiere." Gruppo di lavoro Istruzione MoVimento 5 Stelle Barbara Azzarà e Daniela Albano

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