Una scuola sexy - Adista di Marina Boscaino

Una scuola sexy - Adista

di Marina Boscaino

In quello che volgarmente viene definito il teatrino della politica, modo di dire abusato ma quantomai ficcante in questo periodo, un tocco di colore e di comicità è senza dubbio stato fornito da alcune uscite della ministra dell’Istruzione Maria Chiara Carrozza. «Dobbiamo rilanciare una scuola che sia più attraente… più sexy», ha affermato. Ricordo che l’onere sarebbe in carico ad un corpo docente prevalentemente femminile, con un’età media intorno ai 50 anni: ma, lo sappiamo, le donne, oggi, non sono più quelle di una volta.Al di là della battuta (amara), rimane da capire quale sia il rapporto tra scuola-istruzione-educazione e l’aggettivo sexy. Nell’intervento di apertura dell’anno scolastico, poi, la stessa ministra Carrozza, con improbabile piglio da Mario Capanna, ha affermato: «Ragazzi, siate ribelli e non accettate le cose come sono. Cambiate questo mondo (...). Da queste aule escono le persone che ci salveranno dalla crisi e ricostruiranno l'Italia». Naturalmente – per sopire qualsiasi inopportuno rigurgito di speranza – si stava riferendo non al pensiero critico, ma alla “rivoluzione digitale”.

Qual è il comune denominatore di queste due affermazioni lontane tra loro, ma profondamente coerenti? La confusione; la mancanza di un’idea di fondo; di un concetto organizzatore che guidi la determinazione di principi irrinunciabili; la convinzione che consegnare ai media slogan d’effetto possa costituire una prospettiva. Perché i ragazzi, nel mondo egemonizzato dal pensiero unico, in una società che li desidera prevalentemente consumatori acritici, dovrebbero essere ribelli?

Quei pochi che hanno tentato di ribellarsi sono stati picchiati in ottobre, novembre e dicembre dello scorso anno da adulti che, invece che manganellare, avrebbero dovuto rallegrarsi di quel miracoloso impegno e tentare di fornir loro risposte rassicuranti per il loro incerto futuro. Adulti che li hanno ricacciati (invece di incoraggiare quel momento di partecipazione consapevole e critica) nel limbo di un privato omologato quanto più possibile.

Prendendo sul serio la prima affermazione di Carrozza e depurandola dell’improvvido aggettivo, la scuola ha scarse possibilità di essere più attraente di quanto sia. Sono state contratte le ore e con esse i saperi; sono state riempite le classi; gli edifici e gli ambienti sono brutti, disadorni, spesso insicuri; la discontinuità didattica è un dato di fatto, considerando la “spremitura” dei precari, itineranti (quando va bene) di anno in anno, a dispetto del diritto all’apprendimento, nonché di quello al lavoro; con la riforma delle classi di concorso, i docenti sono stati destinati a tappare buchi a dispetto delle loro competenze e della loro esperienza, magari pluridecennale; per alcuni – considerando i salari bloccati e la scarsa valorizzazione sociale – l’insegnamento è divenuto una sorta di sine cura: al sopravvissuto impegno di molti si affianca una fascia di demotivazione; il dibattito (quando c’è) tiene accuratamente fuori il mondo della scuola; le decisioni ci vengono scagliate addosso autoritariamente.

Nonostante questo e molto altro, la scuola continua a funzionare e spesso anche bene, checché se ne dica. Perché la maggior parte di noi continua ad avvertire, nonostante il contratto bloccato da quattro anni e il potere d’acquisto in costante, drammatica diminuzione, il senso di una responsabilità civile ed etica che va oltre. Ma sexy, no. Proprio non riusciamo a diventarlo.

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