Viaggio di istruzione di Marina Boscaino e Marco Guastavigna

Adista n. 19 Viaggio di istruzione di Marina Boscaino e Marco Guastavigna

Trasformare un’aula scolastica in un ambiente di indimenticabile apprendimento, in cui emozione, intensità, scoperta, scambio, crescita sono gli strumenti di una sinfonia miracolosa non è impossibile. Proprio di musica si parlava, o di qualcosa di molto simile: il canto. «Oratorii: composizioni musicali drammatiche senza azione scenica, eseguite in chiesa o a teatro». Così l'antologia, in nota, l'altro giorno, a spiegare – è un evidente eufemismo – un passaggio della novella di Schnitzler Il sottotenente Giusti. Il prof è uno di quelli che ci sanno fare; ma nel suo eterogeneo repertorio di risorse e nella praticaccia di anni di insegnamento, gli sembra che improvvisamente, a tradimento, carisma e capacità di “bucare lo schermo” gli siano venute meno: sguardi smarriti, annoiati, disinteressati. È la sfida che ogni giorno siamo chiamati ad affrontare: riportare a spendibilità e concretezza, a significatività, elementi molto teorici o molto lontani da noi. Ma ecco il coup de théatre. Il collega di sostegno – definizione azzeccatissima, data la situazione – rivela la sua altra identità: è un controtenore, canta in un coro di musica sacra, che chiama «il mio mondo», in cui è contento di portarci. E lo fa cantando: canta alla classe (primo anno di professionale) un pezzo lirico e subito dopo un oratorium. È abituato all'esibizione e quindi non ha problemi a esporsi allo stupefatto pubblico degli studenti. Sa usare la voce e il corpo insieme (ed ecco concretizzarsi l'azione scenica di cui parla la definizione dell'antologia) o soltanto la voce (ed ecco spiegato anche quel «senza»). I ragazzi sono dapprima attoniti, anche un po’ imbarazzati, considerato l’improvviso cambiamento di atmosfera, il cantare da solista, atto non precisamente prevedibile, quando ci si trova in un’aula scolastica; l’uscire da un ruolo istituzionalizzato – il prof di sostegno, appunto – per diventare altro: e noi, adesso, chi siamo? Poi, a poco a poco, straniamento e sorpresa lasciano il posto all’apprezzamento, sincero, disinteressato, rapito della vera Bellezza, che per essere riconosciuta, per conquistare, per acquisire significato non ha bisogno necessariamente di un pubblico esperto, ma della disponibilità all’emozione. Questa storia continua, qualche giorno dopo l’ascolto di Plorate filii Israel di Giacomo Carissimi, nell'interpretazione dei Vox Luminis. Ascolto in due fasi: la prima tutto di un fiato, senza preoccuparsi di capire una parola. La seconda con il testo in latino davanti, letto precedentemente in traduzione italiana. La magia è lavorare sul testo, assaporando – sotto la guida sapiente di Virgilio, il cantante-prof (ubi maior!) – le relazioni tra parole e musica, le motivazioni e la significatività di certe scelte, la modulazione delle voci, la sensatezza e il valore aggiunto dalla reiterazione di certe parti di testo: dall'onda emotiva globale del primo ascolto, ad un avvicendarsi di consapevolezza, altrettanto emozionante. Un'esperienza di apprendimento informale, connotata di serendipità. Una “cosa” imparata sapendo di non doverla ripetere a nessuno, di non dover rispondere a domande scritte (né aperte né chiuse), di non dover fare una relazione. In un silenzio a sua volta corale, assoluto, indimenticabile da adulti e ragazzi.

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